
Nella poesia di Benedetti, già da Umana gloria, la presenza animale, pur emergendo dalla realtà del ricordo, assume spesso tratti iconici, quasi pittorici. Esemplari di un museo di storia naturale che si fa storia personale, questi animali-guida configurano un vero e proprio bestiario privato, contribuendo con il loro portato simbolico a ricostruire i rapporti di significato fra i frammenti esistenziali dell’io lirico.
Ideogrammi d’infanzia
Spesso gli animali appaiono sulla pagina sotto forma di disegni stilizzati che nel loro minimalismo austero e straniante sembrano usciti da antiche stampe giapponesi. Bestiole di fiabe oniriche, yokai friuliani e bretoni, ideogrammi d’infanzia.
In Per mio padre il ritratto del genitore malato che “sta solo fermo nella tosse” si scioglie nella “saliva più molle” e nel “respiro che scivolava sui sassi” del fiume Cornappo per identificarsi infine nel pascoliano “uccellino del freddo disegnato sul libro di lettura.”
Di una specie affine la fauna fatata di Ricordi: “Era sempre la strada bianca con la fiaba della strada bianca, e le figure dei funghi grandi come le chiocciole, grandi come gli gnomi che disegnavo per viverci insieme.” Fiaba che però si infrange nell’assenza: “E nell’aria rimasta da sola la tua figura era il giro del vento, il volo delle rondini al suo posto.” Svaniscono anche le rane che si sottraggono alla presa dell’infanzia: “quando ero piccola attraversavo la strada, cercavo le rane… poi camminavo soltanto, le guardavano, erano rane, verdi, venute con la pioggia, che saltellavano, che sarebbero scomparse” (Altri ricordi).
Al termine della stessa sezione di Prose, si mescolano poi, sulla scia del poeta-teppista malato di ricordi (citato esplicitamente in Sopra una poesia di Esenin), favola e abbandono, magia e desolazione: prima una visione boccioniana – “La strada sale come il tratto forte seguito sul quaderno, trasportata dagli autocarri, dai carri trainati dai buoi” – poi l’incanto addolorato della campagna, di nuovo le rane (“per averti nascosto durante la guerra, hanno larghe bocche”) e le “azzurre piste dei lupi.”
Rondini e uccelli
Se in Quadri – torna ancora Esenin – “l’allodola è passata tra i denti della forchetta”, In fondo al tempo disfa ogni residuo incanto: le rondini non sono promessa di rinnovamento, ma gioia affogata: “Dietro gli scuri grida la lingua dei genitori. Dietro gli scuri/ la carne delle bambine ha avuto un cortile pieno di rondini.”
Nella marina bretone di Brest, fra i depuratori e i marinai che perforano la sabbia in cerca di crostacei, appaiono gabbiani che sembrano un’evoluzione dell’albatro baudelairiano, simbolo di un io lirico che di tutto nutre la propria ricerca spirituale: “Il colore delle barche scendendo tra i depuratori di Le Hildy./ Le poche nuvole, i gabbiani che bevono l’acqua sporca oltre le reti./ Il colore delle barche/ cerca di costruire le sue ragioni anche per me che soltanto le guardo:/ pescatori con le proprie barche, colori di qui, di Pont-Aven./ Vado per poter venire un po’ più vicino al niente/ sulla spiaggia che va e che viene, e stare come fanno a cercare qualcosa:/ bucano la sabbia con le pompe, hanno il secchio per i granchi.”
Lontani invece gli uccelli in volo all’inizio dell’anno, davanti alla fatica di rinnovare la vita dopo i festeggiamenti (Nel quartiere): “La settimana incomincia il tre, alle otto di mattina, doveri di una vita/ così così, come stanno gli alberi, gli uccelli che guardo volare.”
Un sollievo temporaneo porta invece l’apparizione di un uccello dopo la pioggia: “Passa il becco di un uccello e un’ala./ Va via tra i vestiti nelle ossa il dolore” (Nel mio dormiveglia).
Infine l’uccello della primavera, dimentico del nido e del nutrimento della prole, certifica la morte interiore della madre: “La rondine ripete il visto della maestra sul quaderno dei piccoli./ E mia madre deve cambiare il water e il lavandino del bagno/ e resta per giorni su questi pensieri./ Le cose arrivano dalla pubblicità/ o da dentro i suoi occhi/ dove nessuno vede perché ci sono solo i morti./ Io le chiedo: cosa mangi?/ Ha le brioss del supermercato, lo yogurt,/ le mani, la bocca dei defunti” (Nuvolo senza una forma).
Animali di campagna, animali esotici
In Borgo con locanda, quando “le foglie vanno piano sotto le mucche”, il tempo che passa finisce sotto gli zoccoli di una vita mite e pesante. Ancora i buoi diventano emblema di un’esistenza avviata al tramonto, incapace di una rinascita solare: “E ho visto un carro con i buoi/ che andava via per l’occidente:/ solo hanno le musiche e sanno sognare con forza i giorni/ nell’Europa dell’Est, credo di averti detto” (I monti del Cantal). Ne La penisola della Hague: “La volpe stasera non è venuta, le galline aspettano la mattina./ La capra legata fa in modo di restare vicino ai due bambini e grida.” La volpe non è il selvatico acume creativo del Thought Fox di Ted Hughes, ma l’assenza/attesa della morte, la capra l’io legato a un passato che diventa un eterno presente.
In Besançon l’io lirico, suggestionato alla vista di uno zoo, si rivolge a una figura femminile indifferente, che, dopo essersene andata senza spiegazioni, ora ritorna come Lady Godiva su cavalcature uscite da un dipinto di Dalì. “Stai tornando con una tigre, con la giraffa che non c’era.” Tigre che è, come in Blake, la violenza del vivere, giraffa che è sguardo sopraelevato, innalzamento spirituale.
Eppure anche lo stupore dell’infanzia di fronte alla magia circense, anche la meraviglia della poesia e dell’arte sono divorati dal tempo: “Lui non è mai andato a scuola./ Verso i dodici anni è partito con quelli delle marionette,/ con una carovana di marionettisti. Veniva a casa per qualche giorno./ Una volta ha portato una scimmietta, Minute./ Sapeva tante poesie./ Aveva casse di libri e anche la Divina Commedia./ Dopo è tutto bruciato. Anche i quadri” (Giacomo Pittore).
Un altro animale esotico simboleggia infine il lutto in Ciò che posso vedere, dove il poeta si interroga se resti qualcosa di un amore passato o se il ricordo faccia “come gli elefanti / che muovono con le proboscidi le ossa dei loro morti.”
Ragni e farfalle
In Arrivano a piedi come gli dèi, stanno lì l’io lirico bambino performa un rituale tracciando e cancellando un’iscrizione magica, quasi una runa (“con la mano cancello davanti/ un ragnetto sul foglio”): in un’atmosfera lunare appare e scompare un ragno, emblema della tessitura di un destino che l’individuo non può cogliere nella sua interezza: “e tu mi guardi come qualcuno, perché sono qualcuno?”
Ancora, da una parte, l’io lirico, solo con i larici, dall’altra le formiche, che “hanno un altro passo”: accettano la propria piccolezza, si spartiscono il “dolore violento”, sanno abitare “la casa nella sua fatica”, fanno come “i poveri che hanno visto le cose,/ le fiabe, i miracoli, come un paradiso che non c’è più” (Verso la casa nuova).
Poi le farfalle, che diventano organo di vista e di pianto (“Parte dei miei occhi è sotto la tua giacca,/ parte nelle farfalle in cui si sfa il mobiletto. / […] Il cielo è grigio sul ferro della ringhiera,/ le farfalle del mio piangere ci tengono lì”), una leggerezza dello sguardo che permette la congruenza di due vite in una compenetrazione cubista di bocche, strade e volti: “Dalla nuvola si schiariva una figura,/ da vicino io ridevo nella sua bocca./ Strade e visi uno dentro l’altro,/ e era tutta la mia vita” (Una donna).
Sacrifici
Una falda sotterranea che collega più testi di Umana gloria è quella dell’immolazione, del sacrificio. Oltre al “sangue dei mattatoi” versato in Viene l’inverno a evocare, come Ulisse Anticlea nella Nekyia, “una madre vecchia” e “la zia Giulia”, la strofa finale di Slovenija conclude in olocausto il racconto della morte della nonna: “Piangi qua, borgo senza nessuno/ carbone dei corpi e delle mucche / vestiti bruciati, visi neri / fumo delle carni e del fieno umido.”
Ancora, in Unico sogno, ali spezzate per nutrire la vita che prosegue ignara: “Prenderlo dalle ali, tenerlo sull’asse e con un colpo tagliarlo./ Con i pezzi nel piatto e il rosso sangue da intingolo,/ va la brina dal cielo per tutto il prato, nella sera buttata via dal Signore.”
Chiudono Umana Gloria “un pesce in cima a uno stelo di ferro,/ negli occhi fermato da paglie quasi d’oro,/ così poca la forma in Fausto Melotti” e la “Nonna-gatto” (Area museale): la vita trafitta, crocifissa, e chi quel dolore osserva con occhi insieme materni e felini.








Lascia un commento