Grazie alla sua ricerca linguistica e narrativa instancabile Giorgia Tribuiani è una delle voci più interessanti nel panorama letterario italiano contemporaneo. Nata ad Alba Adriatica e residente a Pescara, ha esordito nel 2018 con Guasti (Voland), indagine anatomica sul rapporto tra arte e vita privata, seguito nel 2021 da Blu (Fazi), che racconta in una martellante seconda persona l’ossessione annidata nella ricerca della perfezione. Nel 2022 ha pubblicato il suo terzo romanzo, Padri (Fazi), che scruta l’abisso dei rapporti familiari in chiave fantastica, e i racconti lunghi Superstar (Tetra) – in cui la violenza e il riscatto sono filtrati tramite l’immaginario pop del wrestling – e Binari (2022), riflessione sul dolore innocente dei suicidi ferroviari. Nel 2023 ha curato il manuale targato Audino Editore Scrivere il perturbante. Modelli, tecniche, strategie. Attualmente lavora come docente di Scrittura creativa presso la Bottega di narrazione, diretta da Giulio Mozzi.
Quando hai cominciato a scrivere? Come è evoluta la tua scrittura? Quali autori o libri sono stati per te fondamentali?
Scrivere e diventare una scrittrice era il mio “sogno di bambina”: non ricordo un periodo della vita in cui non abbia scritto; a essere cambiata negli anni è stata piuttosto la consapevolezza.
A sedici anni, leggendo Misery di Stephen King, c’è stato il primo scatto. Per la prima volta ho avuto chiara l’idea del “cosa” mi interessasse scrivere: volevo raccontare di eventi spaventosi (oggi direi: perturbanti) e lontani dalla quotidianità; volevo mettere nero su bianco le paure che non riuscivo a confessare neppure alle persone più strette passando però per immaginazioni (oggi direi: trasfigurazioni) lontanissime dalla realtà autobiografica.
Quattro anni dopo, durante il periodo universitario, è arrivato il secondo incontro fondamentale: quello con Thomas Bernhard, e nello specifico con Il soccombente. Fino a quel momento non avevo mai capito davvero quanto stile e contenuto potessero fondersi, potenziarsi, diventare inscindibili. Da persona ossessiva ho capito anche come il mio modo di pensare, di vedere il mondo, potesse diventare linguaggio: ne parlo nel mio romanzo Blu, dove la protagonista diciassettenne capisce che, almeno nell’arte, il suo rimuginare, il suo modo ricorsivo di tornare sugli eventi, può diventare un punto di forza.
Infine è arrivato il terzo libro della mia vita, Il male naturale di Giulio Mozzi. Si tratta del libro che, definitivamente, mi ha fatto capire come fosse possibile trasformare il dolore, le fragilità e i propri demoni in bellezza. E anche, per citare lo stesso Mozzi, che “la parte di te che scrive non ha bisogno dell’approvazione delle altre parti di te”.
I tuoi romanzi partono spesso da situazioni non comuni e immaginari molto particolari (penso ad esempio a “Guasti” e “Binari”). Dove trovi le idee? Quanto è importante il lavoro di strutturazione e documentazione prima di iniziare a scrivere?
Sono una persona estremamente “paurosa”. Ho paura di tutto. Se sono sul letto a guardare il soffitto, immagino che quest’ultimo si apra e che, anziché la stanza del piano superiore, appaia sopra di me un cielo di un colore mai visto prima; se guardo il mare mi chiedo cosa accadrebbe – e cosa farei – se a un tratto pietrificasse (ci ho scritto un raccontino). Questo per dire che non so rispondere alla domanda sulle idee, perché vivo in un perpetuo what if: la mia immaginazione produce continuamente ipotesi distorte di realtà e a volte capita che queste, perché magari hanno qualcosa da raccontarmi su di me o sul mio modo di vedere il mondo, continuino a tornare anche il giorno successivo, e quello dopo ancora.
È così che capisco quando un’idea ha una dignità tale da poter diventare una storia: ce l’ha quando diventa un’ossessione. Con Binari, per esempio, non riuscivo a togliermi dalla testa come dovesse sentirsi un macchinista costretto a “suicidare” una persona. Lo vedevo incapace di comunicare il proprio disagio così personale; vedevo riproporsi davanti ai suoi occhi l’immagine dell’investimento (un po’ come racconta Tabucchi a proposito di Pereira, il macchinista mi “veniva a trovare” sempre più spesso). Allora ho cominciato a documentarmi sui macchinisti, perché queste immaginazioni potessero prendere corpo, diventare più nitide, più “esatte”.
Per me il lavoro di documentazione è imprescindibile. Spesso i difetti di scrittura sono dovuti a difetti di immaginazione. Non avrei mai potuto iniziare a scrivere se non avessi intervistato i macchinisti che mi hanno raccontato le loro esperienze, o lo psichiatra che mi ha introdotto alla conoscenza del disturbo post-traumatico da stress.
Per quanto riguarda invece la strutturazione, dipende molto dalla storia. Per Guasti – che fondamentalmente è basato su unità di personaggio, di luogo e di tempo – non avevo che un semplice canovaccio; il romanzo cui ho appena finito di lavorare, invece, che è un corale e prevede un complesso intreccio di punti di vista, ha avuto una progettazione molto molto maggiore, fatta non solo di ricerca ma anche di scalettature e mappe.
Come affronti la scrittura? Qual è la tua routine? Che rapporto c’è a tra metodo e ispirazione?
Da quando ho lasciato il lavoro in azienda per dedicarmi alle “scritture” – mia e delle persone che seguo come docente – ho la fortuna, se sto lavorando a un romanzo, di potermici dedicare quotidianamente e non solo nei weekend e nel cosiddetto tempo libero. Ovviamente vado subito a sfatare il mito dell’ispirazione perpetua: capita spesso che io mi sieda davanti al computer con il desiderio di essere da tutt’altra parte, ma so che va bene così (nel libricino L’arte di correre, Murakami Haruki, attraverso l’aneddoto-metafora del grande maratoneta che deve “costringersi” a correre tutti i giorni, racconta più o meno la stessa cosa) e so che, se ho fortuna e sufficiente concentrazione, dopo le prime righe scritte sotto autocostrizione, l’immaginazione, i personaggi e anche una determinata andatura, un ritmo delle frasi, la loro musicalità, prenderanno in mano la situazione e mi renderanno impossibile staccarmi dalla pagina.
Per questo credo che metodo (o se vogliamo: ostinazione, volontà, routine) e ispirazione siano entrambi imprescindibili, o almeno è così che vale per me. Senza ispirazione non avrebbe forse neppure senso cominciare a scrivere; con la sola ispirazione credo che non avrei terminato un solo romanzo.
Uno dei temi centrali della tua scrittura è la creazione artistica. “Guasti” solleva la questione della relazione tra vita privata e opera d’arte; in “Blu” esplori il concetto di performance artistica, affrontato anche in un’ottica pop televisiva in “Superstar”. Che rapporto c’è (o ci dovrebbe essere) tra arte e vita, tra scrittura e vita?
Credo sia qualcosa di molto soggettivo: per quello che riguarda me, se nella fase prettamente adolescenziale credevo molto nell’immagine dell’artista che rinuncia a tutto per vivere di sofferenza e tormenti insieme alla sua arte, adesso ho un’immagine completamente differente del rapporto arte-vita. Così come il performance artist Franko B., credo che la sofferenza e il tormento ce li portiamo dentro, e che l’arte – con la sua possibilità di trasfigurazione – sia invece qualcosa di totalmente positivo, creativo, trasformativo; l’arte “aiuta” la vita: certo, capita di fare delle rinunce per lei (tornando al discorso di prima: non di rado mi è successo di rinunciare alle vacanze per andare avanti con un romanzo, o di scrivere completamente esausta); certo, capita di andare a riaprire vecchie ferite per lavorare a dei personaggi o a delle scene, ma l’idea un po’ bohémien dell’artista che più si crea da zero del tormento – anche volontariamente – e più crea mi lascia oggi perplessa.
Come scrivevo in Guasti, per me «Arte è prendere il proprio dolore, la propria disperazione, e provare a convertirli in bellezza, trovare al male un senso e una posizione; una giustificazione. Arte è comprendere di essere di passaggio, gratuiti, superflui, e non saperlo o volerlo accettare». In questo senso – per nulla consolatorio, ma del tutto positivo – vedo il rapporto tra arte e vita.
Spesso le tue opere, come “Binari” e a “Padri”, affrontano il tema della perdita e del dolore, in molti casi “innocente”. Può la scrittura fare i conti con la mancanza e la sofferenza? In che modo?
La “sofferenza innocente” è uno dei temi che ho più a cuore, perché è uno di quegli spazi della vita in cui assistiamo all’assenza totale di senso, alla “gratuità” intesa nel suo significato più ampio.
Nella risposta precedente riportavo alcune parole tratte dal mio romanzo di esordio, Guasti: «[Arte è] trovare al male un senso e una posizione; una giustificazione». Ecco, se ho vissuto qualcosa di doloroso, qualcosa che non riesco a spiegarmi, so che attraverso l’arte posso trasformarlo appunto in qualcosa di bello (anche stilisticamente, grazie all’uso del linguaggio che tutto trasforma) e di utile (per me e – si spera – anche per qualcun altro che abbia vissuto cose simili). Se ci pensi, mentre all’interno delle nostre vite siamo noi a dover “inventare” un senso, nelle vite dei personaggi tutto fa parte di un disegno, che è quello creativo.
Anche di questo tipo di trasformazione ho provato a parlare in Blu: il disturbo ossessivo-compulsivo della protagonista è “distruttivo” e doloroso quando è dentro di lei, ma nel momento in cui esce diventa creazione, opera, linguaggio, magari addirittura bellezza e comunicazione, contatto con gli altri. Io non so se l’arte possa o meno salvare, ma credo fermamente nella potenza di qualcosa che ci permette di dare una forma ai nostri mostri e, finalmente, di guardarli.
Il terreno su cui si muove la tua scrittura è sicuramente il perturbante. Cosa ti attrae di questa modalità dell’immaginario?
Parlavamo poco fa del mio “debito” nei confronti di Stephen King: oltre ad avermi mostrato come parlare di cose lontanissime permettesse di raccontare cose vicinissime, è stato lui a farmi scoprire quanto a mia volta volessi raccontare cosa accade quando personaggi ordinari si trovano a fronteggiare esperienze straordinarie.
Il punto è che il perturbante solleva quel velo di abitudine che ci permette di abitare questo mondo (ci fidiamo del fatto che il sole sorgerà ogni mattina, o che la forza di gravità agirà nel momento in cui poserò il bicchiere sul tavolo o il prossimo passo di fronte a me) e ci costringe, facendo a pezzi la nostra illusione di conoscere la realtà (se il sole smettesse di sorgere, smetterei di fidarmi di tutte le leggi di natura), a fronteggiare l’ignoto, a misurarci con le grandi domande che riguardano l’esistenza.
Ma è anche più di questo. Non solo il perturbante mi permette di porre al lettore le domande che mi interessa porgli; fa anche in modo che personaggi appunto ordinari, costretti a fare l’esperienza del limite, diventino per lui uno specchio.
Quanto sono importanti la lingua e lo stile per la riuscita di un buon romanzo? Quali sono a tuo parere gli autori italiani contemporanei più interessanti dal punto di vista linguistico?
Per il mio modo di vedere la letteratura, la costruzione di un buon romanzo non può prescindere da una riflessione sulla lingua e sullo stile.
I romanzi che preferisco sono quelli dove contenuto e stile sono inscindibili, e con stile intendo tutto: la scelta delle parole, la loro esattezza, la sintassi e la musicalità, il ritmo (o, se vogliamo, l’andatura), la gestione dello spazio (durante i miei corsi propongo sempre di ragionare sulla struttura grafica della pagina: una “colata di inchiostro” alla Thomas Bernhard arriva al lettore in maniera molto differente rispetto alla frammentazione della pagina che possiamo trovare, per esempio, in un testo come Farabeuf di Salvador Elizondo), la scelta di utilizzare o meno ripetizioni, torsioni sintattiche, inceppature.
Ci sono autori che, a mio avviso, hanno la forza di essere sempre perfettamente riconoscibili, di proporre dei testi – come si suol dire – autoriali, e al tempo stesso di lavorare a ogni romanzo “piegando la lingua”, facendo in modo che la propria voce si adatti di volta in volta a questo o a quell’altro contenuto, rinforzandoli. Tra i miei autori preferiti, da questo punto di vista, ci sono Ezio Sinigaglia e Dario Voltolini: la loro lingua muta, eppure penso che mi basterebbe leggere due righe di un testo per poterle attribuire alla loro penna.
Della mia generazione, poi, tengo a segnalare Maddalena Fingerle, che a sua volta ha una scrittura tutta “sua”, inconfondibile.
Oltre a scrivere, insegni alla Bottega di Narrazione. Cosa significa per te insegnare a scrivere? Qual è il rapporto fra insegnamento e scrittura?
Il mio approccio all’insegnamento deve moltissimo all’esempio che ho ricevuto da Giulio Mozzi: un approccio maieutico, da “levatrice”; più che insegnare a scrivere mi piace pensare di rimanere accanto all’allievo per fornirgli suggestioni, letture utili; per fargli da specchio e mostrargli caratteristiche della sua scrittura e ricorrenze dei temi (in alcuni casi ossessioni, addirittura) di cui magari, da solo, fatica ad accorgersi.
Questo ha molto a che fare con la mia risposta alla fatidica domanda: “la scrittura si può insegnare?” – ecco, io penso si possa “educare”, piuttosto. È possibile insegnare la tecnica, ma non il modo di vedere il mondo; è possibile nutrire un immaginario, ma non crearlo da zero; è possibile ragionare su una trama, magari idearne insieme alcuni snodi, ma non fornire l’intenzione alla base di un progetto. La materia prima (fatta appunto di sensibilità, di sguardo, di immaginario, del desiderio e dell’urgenza di raccontare qualcosa) è necessaria; su tutto il resto si può invece lavorare.
Per quanto riguarda il rapporto che hanno per me insegnamento e scrittura, credo che insegnare mi abbia aiutata nel tempo a ragionare ancora di più sui testi e sulle loro eventuali stratificazioni, a leggerli in maniera analitica e consapevole. Credo molto nella lettura analitica e consapevole: penso sia molto più importante leggere in profondità che leggere “tanto”, come spesso si consiglia agli aspiranti scrittori.
Nei tuoi corsi, oltre a presentare testi narrativi e saggistici, offri numerosi esempi di cinema, serialità televisiva, fumetti e graphic novel. Come hanno cambiato gli altri media la narrazione e la letteratura?
Penso si possa ottenere grande ricchezza guardando anche alle altre arti, e del resto anche nei secoli passati lo scambio tra pittori e letterati, per esempio, o tra letterati e musicisti, era fondamentale.
Se penso ai miei libri, mi rendo conto come gran parte delle suggestioni derivino proprio da altri media: il mio primo romanzo, Guasti, è nato da una visita alla mostra Real Bodies e ha tra le principali ispirazioni il film Oltre il giardino, del quale compare in esergo la frase centrale; Blu non esisterebbe senza la performance art, e se ho potuto immaginare la “Stanza delle Punizioni” è stato soprattutto grazie ai film e all’estetica di David Lynch. Il nuovo romanzo, già solo per gli studi sulla voce narrante, deve moltissimo a Dogville di Lars Von Trier.
Cinema e fumetto sono, secondo me, bacini ricchissimi cui attingere non solo per l’immaginario ma anche per la tecnica: non è un caso che la narrativa abbia ereditato anche parte del loro linguaggio specifico, penso al “montaggio” o al “ralenti”, che quasi più nessuno chiama col nome originario di “indugio”.
Aggiungo infine che trovo utilissime anche la lettura di manga e la visione di anime giapponesi: entrambi hanno, per procedimento narrativo e per immaginario, diverse differenze con il nostro modo di narrare e immaginare, e proprio per questo possono essere utili a chi scrivere per pensare e creare in modo differente, per spostarsi dalle proprie abitudini di lettura e scrittura.
Quali sono i tuoi progetti futuri? Puoi darci qualche anticipazione su ciò a cui stai lavorando attualmente?
Il mio prossimo libro, il romanzo corale di cui accennavo e nel quale non mancheranno elementi misteriosi, uscirà nel 2025 con Il Saggiatore.
Nel frattempo parteciperò con un libricino a un bellissimo progetto a cura di Marino Magliani: di questo spero di poter dare presto notizie.






Foto di copertina: Ottavio Natale.








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