«Il Male non esiste» – Intervista ad Andrea Donaera

Quando hai cominciato a scrivere? Come è evoluta la tua scrittura? Quali autori o libri sono stati per te fondamentali?

Ho iniziato intorno ai 14 anni, scrivendo i testi, in inglese, delle canzoni per il gruppo con cui suonavo. Poi da quei testi sono passato alle poesie. Per molti anni ho scritto solo poesie, ogni tanto qualcosina di teatro, i primi racconti sono arrivati attorno ai 28 anni, e il primo romanzo a 30. Per avvicinarmi alla scrittura sono state fondamentali tante formule di narrazione, ma se devo rimanere sui libri: Stephen King, Paolo Nori, J.R.R. Tolkien, Fleur Jaeggy, Thomas Bernhard. E alcuni libri tipo Il cielo è dei violenti di Flannery O’ Connor, Dies Irae di Giuseppe Genna, Satura di Montale e La ragazza Carla di Elio Pagliarani. Il primissimo approccio al mondo della letteratura avvenne in prima media, quando mio padre mi regalò le poesie di John Keats.

Come affronti la scrittura? Qual è la tua routine? Che rapporto c’è a tra metodo e ispirazione?

Nessun metodo. E il concetto di “ispirazione” mi è del tutto misterioso. Succede che a un certo punto, chissà come, comincia a circolarmi in testa qualcosa da scrivere e inizio a lavorare mentalmente, anche per mesi e mesi. Senza appuntare nulla, senza scrivere niente, succede tutto in una sorta di castello mentale: nella testa, quasi costantemente, ragiono su come strutturare la storia, sulla voce da dare alla narrazione, sugli schemi narrativi. Quando mi sembra una faccenda matura mi metto a scriverla, riversando sulla pagina quello che ho accumulato in testa, in un flusso piuttosto pacifico e lineare. Di solito scrivo per un mese filato, ogni mattina tra le 7.00 e le 10.00 – ma questo orario non fa parte di una routine voluta: il fatto è che alle 10.00 devo cominciare a lavorare, e di sera voglio dedicarmi ad altro, alla chitarra, ai videogiochi. Poi per un altro mese sto fermo e non guardo per niente il testo. Quando lo riprendo dopo questo lasso di tempo mi accorgo se funziona, cosa funziona, cosa non funziona, e ci lavoro su un altro mese, sempre tra le 7.00 e le 10.00. E a quel punto, in teoria, il materiale è pronto per essere inviato alla mia agente. Le uniche necessità che ho mentre scrivo sono due: dover essere completamente da solo e avere musica dungeon synth di sottofondo.

I tuoi romanzi hanno spesso al cuore della storia (e nel cuore dei personaggi) il Male. Cos’è per te il Male?

Il Male è il non riuscire ad accettare il fatto che le cose sono come sono: non come ce le aspettavamo. I personaggi che provo a scrivere impazziscono di dolore, rabbia, frustrazione, violenza, perché non accettano la realtà. Penso sia una dinamica che coinvolge moltissimi essere umani. Il Male non esiste, naturalmente. Siamo noi che non comprendiamo le forme del Bene.

Un altro tema fondante è sicuramente quello della famiglia, che viene sviscerato nei suoi risvolti più tragici e drammatici. Al suo interno assumono un’importanza particolare l’amore, spesso distorto, e la violenza, istinto tanto vitale quanto di morte. Che rapporto c’è tra Eros e Thanatos?

Questione molto complessa. Diciamo che, a mio avviso, è molto interessante osservare i backstage. Viviamo sempre on stage, su un palco, performando: ma quando torniamo a casa, in famiglia, siamo nel backstage, e dietro quelle quinte può succedere di tutto, perché nessuno ci guarda e non dobbiamo risultare nulla di fronte a nessuno. La famigliarità genera disprezzo e violenza e naturalissimo orrore (lo diceva un sociologo novecentesco, Goffman). Mi interessa guardare questi backstage, dove Eros e Thanatos non esistono: esiste soltanto la pura lotta per la sopravvivenza.

La visione esistenziale che emerge dalle tue storie non fa sconti: l’oscurità chiede sempre il suo tributo. Eppure c’è una particola di luce che sembra resistere al buio. Cos’è che, anche per poco, può fare luce nella tenebra?

La speranza. Il mistero del domani. E la consapevolezza che, come dice Gandalf ne Il Signore degli Anelli, possiamo soltanto decidere cosa fare con il tempo che ci viene concesso. Non siamo padroni di nulla, se non di attendere, sperare, vedere che cosa succede.

Sei un cultore di musica metal, elemento che torna anche nei tuoi romanzi. Che ruolo ha la musica nella vita, nelle storie, nella scrittura?

È una costante, non c’è separazione tra musica, vita, scrittura. La musica è intrecciata alla mia vita in modo permanente. Ascolto quasi sempre qualcosa. Non saprei immaginare una vita senza la presenza della musica.

Il più “metal” fra gli scrittori contemporanei?

Houellebecq. E King.

Sebbene le tue storie siano strettamente realistiche, l’atmosfera delle vicende narrate e la vita interiore dei personaggi hanno spesso una cifra dark, gotica e surreale (anzi forse sarebbe meglio dire sovrareale). Cosa ti attrae di queste regioni dell’immaginario?

Quello che succede nella testa delle persone è spesso inspiegabile. E allora ci si abbranca a sovrastrutture estetiche che, attraverso processi metaforici, possano aiutarci a delineare meglio le nostre vite intrapsichiche. Il linguaggio dell’io non viene compreso dall’io: l’immaginario ulteriore o sovrareale è uno strumento linguistico, più che espressivo.

Hai mai pensato di cimentarti in una scrittura marcatamente fantastica/di genere?

Sì, ma non sono capace.

Quanto sono importanti la lingua e lo stile per la riuscita di un buon romanzo? Quali autori e autrici trovi più interessanti sotto questo aspetto?

Mi sembra naturalmente fondamentale. Una letteratura senza lingua e senza stile non è letteratura: è un libro, che è un’altra cosa. Gli autori e le autrici di cui parlavo nella prima domanda mi sono entrati dentro per il loro modo di raccontare, non solo per ciò che raccontavano. È come per qualsiasi altra forma creativa: un film di Kubrick, senza lo stile di Kubrick, non sarebbe bello; una canzone dei Pink Floyd, senza lo stile dei Pink Floyd, non sarebbe bella. Mi permetto di consigliare un poeta enorme, Raffaello Baldini, che nei suoi testi racconti fatti minimi della provincia romagnola, ma grazie alla sua voce e alla sua misura linguistica e stilistica (scriveva in dialetto e traduceva lui stesso i propri testi) genera un’esperienza letteraria luminosissima e unica.

Oltre alla narrativa, in cui sono comunque presenti elementi lirici, ti dedichi anche alla poesia. Che differenza c’è fra le due scritture? Quale preferisci?

Non c’è mai stata una vera differenza. È sempre scrivere, tutto qui. A volte mi viene in mente una cosa che sta bene nella misura in versi e di breve durata, altre volte una cosa più lunga. Ma è sempre scrivere. C’è da dire che da molti anni non scrivo una poesia decente, soltanto orribili poesie d’amore, speriamo di ritrovare la capacità prima o poi.

Sei un autore anagraficamente millennial. Quali autori e autrici della tua generazione ritieni più significativi? Pensi che la letteratura oggi possa raccontare questioni generazionali?

Sally Rooney e Ocean Vuong sono gli autori millennial che, a mio avviso, attualmente sono più bravi a raccontare il nostro mondo – ma anche i più bravi a scrivere in generale. In Italia invece siamo ancora schiacciati dal peso delle generazioni precedenti, e gli autori giovani imitano sostanzialmente quelli vecchi. Trentenni che dicono serenamente di ispirarsi a Calvino, a La Capria, a Morante. Quindi, boh, vedremo nei prossimi anni. Per adesso i trentenni imitano i settantenni o i morti, i ventenni idem, i quarantenni non ne parliamo. L’Italia è un luogo con una cultura letteraria fondata sul passato (in un solco aperto da Croce), un posto in cui c’è una costante ansia del canone, un contesto letterario senza critica letteraria, senza partecipazione creativa spontanea, dove bisogna sempre discendere da qualcosa, e dove i vecchi esercitano un potere decisionale impossibile da eradicare. In Italia si parla della “freschezza della prosa di Tondelli” o della “attualità di Pasolini”. Che cazzo.  

Quali sono i tuoi progetti futuri? Puoi darci qualche anticipazione su ciò a cui stai lavorando attualmente?

Sto scrivendo un romanzo comico, ma non so se verrà mai pubblicato. I progetti per il futuro sono: provare a guarire da certi dolori lancinanti subiti negli ultimi anni, e provare ad avere i soldi per comprare le sigarette e le birre.

Scelta obbligata:

Verga o Leopardi? Leopardi

Saviano o Ammaniti? Ammaniti

Alda Merini o Amelia Rosselli? Rosselli

Tolkien o King? Tolkien

Poe o Lovecraft? Poe

“Shining”: King o Kubrick? King

Lynch o Von Trier? Lynch

Battisti o De Andrè? De Andrè

In Flames o Dark Tranquillity? In Flames

Eros o Thanatos? Thanatos

    Lascia un commento

    Chi sono

    Michele Ghiotti (1989) è nato a San Marino, dove insegna Lettere nella scuola secondaria di primo grado. Ha pubblicato la raccolta poetica Preistoria primavera (Italic Pequod, 2021), ammessa alla fase finale del Premio Tirinnanzi 2022. Suoi racconti sono apparsi su Crack, Carie, Retabloid e Blam. Il suo racconto Carne della mia carne, occhi dei miei occhi è stato finalista al Premio Calvino 2024.