Era una di quelle notti in cui il cielo si tinge di viola scuro, dove le luci della città si riflettono in modo quasi spettrale sui marciapiedi bagnati dalla pioggia. Nel vecchio garage alla periferia della città, un gruppo di ragazzi si era radunato, portando con sé la consueta dose di alcolici e un’energia che pareva ribollire sotto la pelle. L’atmosfera era carica di una tensione elettrica, mentre le battute si susseguivano, accompagnate dal suono dei bicchieri che si scontravano.
“Caricate le pistole e portate gli amici,” disse Marco, sollevando la bottiglia di birra in un brindisi improvvisato. Le risate scoppiarono come un fuoco d’artificio, rimbalzando contro le pareti consumate del garage. “È buffo perdere e fingere,” continuò, facendo un cenno a Sofia, che sedeva sul vecchio divano logoro con un’aria di distacco.
Sofia alzò gli occhi al cielo, visibilmente annoiata. “Lei è arcistufa e sicura di sé,” disse, più a se stessa che agli altri, la sua voce intrisa di sarcasmo. Poi, con un sorriso sardonico, aggiunse: “Oh no, conosco una parolaccia,” mentre sorseggiava la sua bevanda, come a voler minimizzare la serietà della situazione.
Nella stanza, Marco cominciò a cantilenare: “Ciao, ciao, ciao, quanto giù?” Il suo tono era ipnotico, e il resto del gruppo lo seguì in coro, cercando di immergersi ancora di più nell’atmosfera della serata. “Ciao, ciao, ciao, quanto giù?” ripeté Luca, mentre si sporgeva verso Sofia con un sorriso complice. “Ciao, ciao, ciao!” risposero tutti insieme, ridendo come se non ci fosse un domani.
Con le luci spente, il garage era un rifugio dall’esterno, un luogo dove si potevano nascondere i propri pensieri. “Eccoci qui ora, divertici,” gridò Luca, cercando di sovrastare la musica che stava crescendo d’intensità. “Mi sento stupido e contagioso,” ammise, facendo un passo indietro mentre cercava di non inciampare.
Marco si avvicinò a Sofia con un sorriso malizioso. “Un mulatto, un albino, una zanzara, la mia libidine,” le sussurrò all’orecchio, cercando di impressionarla con la stranezza delle sue parole. Sofia lo guardò, perplessa, prima di scoppiare in una risata fragorosa.
“Sono il peggiore a fare ciò che faccio meglio,” disse Marco, tornando al centro della stanza con una finta aria trionfale. “E per questo dono mi sento benedetto,” continuò, alzando le braccia al cielo come se stesse celebrando una sorta di rito pagano.
Luca si voltò verso Sofia e le chiese: “Perché continuiamo a fare tutto questo? A cosa serve?” Sofia scrollò le spalle e rispose, quasi senza pensarci: “E mi dimentico perché ho assaporato… forse è solo per il gusto di farlo.” La sua voce era carica di un’ironia amara che fece tacere per un attimo il rumore nella stanza.
“Il nostro piccolo gruppo è sempre esistito,” commentò Luca, guardando gli altri con uno sguardo nostalgico. “E sempre esisterà fino alla fine,” aggiunse, come se stesse pronunciando una verità antica.
“Oh sì, suppongo mi faccia sorridere,” disse Sofia, quasi come se parlasse da sola, mentre si sistemava sul divano. “Lo trovavo difficile, era difficile da trovare… ma, alla fine, comunque, non ti preoccupare,” concluse, mentre si perdeva nei suoi pensieri.
La musica continuava a riempire il garage, un crescendo che li avvolgeva tutti, facendoli sentire invincibili, almeno per quella notte.








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