Cos’è per te la poesia? C’è una definizione, se una definizione può esserci, che ti è cara?
Per me la poesia è un atto creativo capace di restituire canto alla parte infranta dell’esistenza, la bellezza di uno scintillio sovversivo nell’impossibile: tramite versi e spazi bianchi, la parola poetica si fa ascolto della rottura e insieme ricerca di prospettiva, abbracciando l’oscillazione, l’urto e la trasformazione.

Fra le varie e suggestive definizioni, non dimentico l’immagine del messaggio nella bottiglia di Paul Celan, in grado di stringerci al cammino controcorrente delle parole. Dal suo discorso tenuto a Brema:
“La poesia […] può essere un messaggio nella bottiglia, gettato a mare nella convinzione – certo non sempre sorretta da grande speranza – che esso possa un qualche giorno e da qualche parte essere sospinto a una spiaggia, alla spiaggia del cuore, magari. Le poesie sono anche in questo senso in cammino: esse hanno una meta.”
Quando hai cominciato a scrivere? Come è evoluta la tua scrittura?
Ho iniziato ad avvertire trasporto per la scrittura in versi sin da piccola: interrogare la dimensione magica e misteriosa della natura, il volo da non lasciare andare, mi ha portato a provare a comporre una prima poesia sui cigni. Da lì, ho continuato a scrivere, cancellare e scrivere, ma per moltissimi anni è stato qualcosa di privato, chiuso nel cassetto. Solo a partire dal periodo universitario e dalla pubblicazione della mia raccolta Cosa resta dei vetri (Corsiero Editore 2020) l’esperienza della scrittura è divenuta incontro e condivisione, aprendosi a un viaggio di cui tutt’ora non riesco a prevedere la direzione.
Che rapporto c’è fra ispirazione e disciplina?
Di recente ho visto un film, Black or White: verso la fine, i protagonisti, stremati dal conflitto, riescono a vedersi criticamente allo specchio, riconoscono il bisogno di dover “imparare a respirare” per proteggere ciò che è veramente importante. Non il film nel suo insieme, ma proprio questa espressione animata da tensione, “imparare a respirare”, mi ha colpito e fatto riflettere sulla vita, sui suoi continui tentativi, piccoli sprazzi e fallimenti. Penso che l’ispirazione e la disciplina si intreccino in uno spazio di poesia quanto più personale e mai risolto: nell’ispirazione infatti c’è un attraversamento, una folgorazione che non può essere imprigionata e trattenuta. Alla ferita risponde la cura, il tempo della parola e del silenzio. Custodire luce, urto e mancanza diventa così anche il ritmo sospeso di un inseguimento, una costruzione di gesti d’attenzione intorno a un ‘tendere verso’, o, meglio, a un ‘tendere dentro’.
Quali sono i nodi linguistici e tematici della tua poesia?
La mia scrittura, a livello sia linguistico sia tematico, si rapporta con l’incompletezza: dentro versi spezzati e forti contrasti, una commistione tra elementi naturali e artificiali si affaccia sulla paura della perdita, la malattia, la solitudine e il senso di spaesamento. L’allegoria del vetro percorre la mia raccolta Cosa resta dei vetri, tra finestre, specchi e frantumi restituiti alla riva, cercando di mantenere viva la domanda di qualcosa di inalienabile anche per i frammenti.
Quali sono le tue autrici e i tuoi autori di riferimento? Ci sono poeti e poetesse che consideri tuoi maestri e tue maestre?
Diverse sono le voci, oltre i secoli e la geografia, che per incisività poetica e profondità di pensiero mi arrivano con particolare intensità, come i lirici greci, Leopardi, Rilke, Yeats, Montale, Ungaretti, Wilcock e Louise Glück. In particolare, tanta è la riconoscenza verso Alberto Bertoni, non solo poeta e professore, ma vero maestro di scrittura e lettura.
Cosa pensi dell’impegno sociale in poesia?
Più o meno manifestamente, penso che nella vera poesia ci sia sempre un’attenzione sociale, uno sguardo capace di ascoltare e mettere in relazione quello che vediamo con quello che non possiamo o non vogliamo vedere. A tal proposito, alcuni bellissimi versi tratti da Sentiero di Jack Hirschman:
“L’avere il cuore infranto è l’inizio
di ogni vera accoglienza.
L’orecchio dell’umiltà ascolta oltre i cancelli.
[…]
Scrivi la poesia.”
E della poesia di ricerca?
La poesia di ricerca, quando i suoi esiti sono troppo artificiosi e manieristici, la sento un po’ distante: mi incuriosisce negli intenti dirompenti e nel lavoro sul linguaggio, ma percepisco il rischio di una estrema concettualizzazione. Non mancano però esempi di rilievo, come la travolgente e innovativa scrittura di Amelia Rosselli, animata da una profonda ricerca linguistica e musicale.
Cosa significa per te l’esperienza dell’insegnamento nei laboratori che hai condotto sul territorio?
In realtà io non vivo i laboratori poetici a cui ho modo di contribuire come momenti di insegnamento, ma come preziose occasioni di scambio e sconfinamento. Quello che cerco di fare nei diversi contesti è dare stimoli, la voglia di provare: la risposta è sempre infinitamente più grande. Vedere le persone appassionarsi alla poesia o semplicemente ricominciare a scrivere dopo tanto tempo mi riempie di commozione e gratitudine. Un’esperienza che mi coinvolge particolarmente è il progetto dedicato alla poesia presso l’associazione “Insieme a noi”, dove sono gli stessi partecipanti con i loro versi e le loro suggestioni a donare forme e colori agli incontri e a portare avanti la sfida, la scoperta di sé attraverso la parola poetica.
La scrittura per le testate online con cui collabori e la curatela editoriale per Macabor mettono in luce una tua propensione alla critica letteraria. Cosa puoi dirci di queste due esperienze? Proseguirai anche su questa strada?
Collaborare con «Hermes Magazine», testata giornalistica online, e «Laboratori Poesia», portale della Samuele Editore, mi permette di esplorare e ampliare gli spazi e le modalità di conoscenza e contatto della poesia: tra recensioni, interviste e approfondimenti, la speranza è quella di far navigare i versi attraverso e oltre la dimensione virtuale, stringendo nodi contro la dispersione e l’impoverimento espressivo. Altrettanto importante è il percorso su carta con Macabor Editore, che mi ha dato l’opportunità di nuove prove significative, come la curatela dell’antologia poetica Il grido della Terra (2023), una riflessione collettiva sulle ferite della natura e dell’umano.
Nell’avvicinamento alla critica letteraria colgo qualcosa in divenire e mai totale, la responsabilità della scelta di una tra le tante vie possibili di fronte a una parola poetica plurisfaccettata, prismatica. E questo mettersi in discussione, eterno imparare a leggere, lo sento veramente prezioso per il mio percorso.
Nota bio-bibliografica
Elisa Nanini (Modena 1994) si è laureata in Lettere moderne presso l’Università di Bologna. È redattrice di «Hermes Magazine», testata giornalistica online, e di «Laboratori Poesia», portale della Samuele Editore. È coinvolta in diverse iniziative culturali, in particolare con il Poesia Festival e l’associazione “La Fonte di Ippocrene”. I suoi versi sono stati selezionati in concorsi e spazi letterari. Ha pubblicato la raccolta di poesie Cosa resta dei vetri (Corsiero Editore 2020) e ha curato l’antologia Il grido della Terra (Macabor Editore 2023). Alcune sue poesie sono state tradotte in spagnolo da Antonio Nazzaro per il progetto antologico Palabras jóvenes de Italia (Colección SurEditores 2024).

Poesie scelte
Cosa resta dei vetri
Musiche immobili, scarnificate
di vacanze già respirate
sono qui, ad aspettare che mentano
il clic di un interruttore, i notturni
verdi vetri levigati dalle onde.
Ma lo senti, serio sul viso
una cartolina non destinata
una pietra lanciata troppo avanti
arresa chissà dove
tra gli odori pungenti dell’estate
che si sbriciola nella folla:
le bancarelle brillano agitate
vele incendiate
negli incroci, nelle vie incrinate
di luce in luce arenate nel vento
chiamato, scorporato
incapace di riconoscersi.
(da Cosa resta dei vetri, Corsiero Editore 2020)
Pupazzi di neve
E mettiamoci lì
faccia a faccia con i minuti
di silenzio per una morte,
con un armadio
invernale aperto in estate.
Allora capiremo
di non aver mai imparato a pregare
senza le mani
di qualcun altro.
La strada è spoglia, il tessuto
tenta di muoversi
in quel “Diceva”, “Suonava”, “Faceva”,
“Amava”, Lavorava”, …
Ma la luce non torna indietro.
Guardala abbattere
la consistenza dei mattoni,
addormentare i bimbi
di ogni pallida trasparenza
di città invisibili:
siamo sparizioni sotto le stelle
di un cielo senza stelle.
Occhi bottone, braccia rami, sciarpe
del vento.
Più neve della neve che si scioglie
se riesci, guardaci da fuori
visionari nelle nostre dimore
parlare a metà con le cose.
(Inedito)
L’anno e il faro
A Capodanno
i fuochi d’artificio
fioriscono a singhiozzo
ai bordi di città
magiche, quasi trasparenti.
L’incertezza accoglie un flash celeste,
gli sguardi sono così tesi in alto
da dimenticare le statue degli angeli
coi capelli mossi dal vento
e chi dorme accanto al marmo.
Nessuno pensa agli animali
terrorizzati,
a un’infanzia eterna
che non può farsi capire
se non con i versi e i rifugi
sugli alberi.
Però se un cane abbaia forte
come scossa, brivido, battito,
se per sbaglio lo vedi, trasformato,
schivare il significato di ogni mano,
lì, in quel punto esatto,
ritroveremo un’alba senza difese.
E saremo nel luogo giusto
per camminare
con un faro rotto tra le braccia.
(Inedito)








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