«Siamo metafore che colgono gli altri» – Inediti di Maria Chiara Razzini

Castello deformante

Neanche scalando
Dei batuffoli giganti
Raggiungeremmo comodi
L’ altezza per cui riusciamo a sperare
Scala per scala ognuno se la canta
Ma poi chi raggiunge davvero
Una sopraelevata versione
Su come starsene senza una forma
Col coraggio di brancolare,
Specchiandosi nella realtà
Evitando di coprire l’ ombra con dei diversivi
Siamo metafore che colgono gli altri,
mentre confusi
noi intravediamo significati
Incomprensibili, sperando che qualcuno li decifri
Perchè vorremmo solo parole che rispondono
Quelle che diremmo a noi stessi se ci incontrassimo
Per strada dopo tanto tempo, come amici di lunga data che si ritrovano abbracciando il vecchio e il nuovo tempo
Ma ti devo dire che siamo tutti dentro un castello deformante,
E ci guardiamo sfuggire all’ attesa
Inariditi o sfatti.

Nel tentativo di andare più in profondità

Nel tentativo di andare più in
profondità,
una bracciata alla volta,
i sibili smemorati come
conducenti non sono fiori,
sono gocce che qualcuno
scuote forte.
Questi disturbatori sono tanti
come i quadri in un museo
E tu sei il visitatore disattento
che corre al piano in cui ci si
perde.
In queste raffiche che giungono
da chissà quale periodo
Qualcosa ti suggerisce che non
sei felice
E la sorte di strani sorrisi
corrosi dalla nebbia
È un lampo, trampolino verso
un laggiù mangia-tutto
Il laggiù è più eccezionale di
certe questioni sull’aldilà: del
tipo perché siamo qui a
piangere e lottare
Intanto il qui non è già più
nostro.
Perché ci hanno condotto a
questo?
Così per i momenti in cui non è
più pensiero né l’aldilà né
l’aldiqua
verranno incontro le ore
Sarà tutto un rincorrersi
febbrile
E non dire a nessuno quello che
hai capito
e cioè che gli uomini non fanno altro che copiare e correggere.

Il Boomerang

Togliendo quello che per l’aria è
un boomerang
Togliendo inoltre la monotona
eccellenza artificiale ma anche
sofferta.
La terra è anche teatro di istanze
color tortora
come di istanti nero-viola.
Presto scoprirai che questi ultimi
colori ti ipnotizzano non solo per
le correnti del loro limpido urlo
ironico,
per l’attutito e al tempo stesso l’
esasperato.
Questo è lanciare le pedine alla
bell e meglio
O questo è abbracciare un
tentativo o svanire facendo molto
rumore come un semaforo che poi
non parte ma c’è così tanta
gente…
La tua voce nero-viola tace ma è
capace di recuperare tante storie
quando sogna.
Storie inutili, storie che recano
nostalgia, storie da togliere di
mezzo ogni colore, ogni istanza
ma non l’eco della sostanza di
tutti gli astri che parlano ancora,
forse allora ritornano almeno le
istanze originarie, ma la gente si
dilegua.
È folla imperscrutabile, attrice,
montagna, caverna, sabbia,
specchio azzurro mare.
“Uno squalo ti afferra e la tua
gamba è lacerata, nel frattempo
devi respirare”:
Certe volte ti senti così.

Un rifugio

Mi plasma
Il prevedibile
Mi curva
La profezia
Mi tormenta
La claustrofobia metropolitana
Il suo spalmarsi sulla fetta del giammai
Mi lacera
L’ oltremodo mi lacera
I pavoni mi lacerano
un mio punto
che se ne sta
impietrito là
Chi mi ama non mi trova più
Chi mi ama è una tregua
Sono là fuori a cercare un rifugio

Altro lupo

Di già, di nuovo
senza senso ma sentirai
Di già, di nuovo
nella più traballante intemperia ballerai
Di già, di nuovo
nella belva che si prende la tua sorte
sarai altro lupo.
Lo spazio che si accorcia,
e poi il tuo piglio sempre più frequente a rimpiangere tramonti ma correrai
Oh vaso incarnatore
somigli a tante persone
Tutte quelle che vorrei reincontrare
almeno per sempre nella vita
Racconta ancora e spiega tanti enigmi.
Da te ho imparato forse una banalità:
ci sono due tipi di persone:
le une vivono proprio per assorbire,
le altre per espellere.

Contro gli sprechi

Una lanterna e una cena
Qualche segreto da inventare
Una notte che non vuole essere per troppo fantasticare
Sogni che hanno l’ansia da prestazione
Una domenica con un colpo di scena e colpo di fulmine o
entrambi
E intanto sprechiamo tutti l’acqua, ma non ce ne
occupiamo,
è un po’ come sprecare la vita per errori di gioventù.
A volte ti senti un disastro e lo conferma l’incubo che più temi
“Prima eri più brillante e la vetrina anche”
*Abbeverati alla fonte di chi si ferma a sperare per ultimo*

Bio

Maria Chiara Razzini, (quasi) 37 anni, è di Piacenza. Laureata in Giurisprudenza, lavora come impiegata. Due anni fa ha pubblicato per L’Erudita la raccolta di poesie Da un treno. Si interessa di letteratura, musica, cinema e tutto ciò che può attivare un cambiamento. Le piace l’ironia e chi la fa ridere, ma anche chi sa conciliare il tutto con valori profondi.

Una replica a “«Siamo metafore che colgono gli altri» – Inediti di Maria Chiara Razzini”

  1. Avatar Alice Orlandi
    Alice Orlandi

    Mariachiara bravissima e unica, con una sensibilità speciale che tocca l’anima!

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Chi sono

Michele Ghiotti (1989) è nato a San Marino, dove insegna Lettere nella scuola secondaria di primo grado. Ha pubblicato la raccolta poetica Preistoria primavera (Italic Pequod, 2021), ammessa alla fase finale del Premio Tirinnanzi 2022. Suoi racconti sono apparsi su Crack, Carie, Retabloid e Blam. Il suo racconto Carne della mia carne, occhi dei miei occhi è stato finalista al Premio Calvino 2024.