Pseudo-Edoardo Sanguineti, Follow me
io: una bio
tagliata male:
un filtro:
Valencia, o forse Clarendon.
mi chiedo,
tu, mi vedi?
o vedi quello che vedo io,
quando mi vedo guardarti?
e loro,
gli altri,
(quegli altri-che-sono-me-che-sono-loro)
scorriamo, scivoliamo,
pollici—polpastrelli
(da carne a schermo a pixel,
che rimane?
un dito unto, forse).
lì,
la bocca aperta della live,
il selfie del tramonto rifatto,
il corpo—(ma è un corpo?)
liquido, geometrico
sistemato per i tuoi occhi.
rewind, replay, repost
(si vive a loop
nei bordi di un feed).
ci troviamo qui:
io-non-sono-io,
tu-non-sono-tu,
noi (che siamo cosa?)
Pseudo-Andrea Zanzotto, (a schermografia, a pixel ex humus)
Scroll scroll scrolla:
mi rifletto in un lago, no—
non è lago, ma retina finta,
ma rete che tende e scuce
in pixelare fioritura di me,
me/non-me, sparso in segmenti:
uomo sgranato, 2.0.
Oh, le voci:
sibili, notifiche, api-droni
che mi pungono senza miele,
senza alveare.
E sono ovunque/non sono mai:
una story evapora (dove? chi la beve? chi la ricorda?)
un nome hashtagato,
un nome che non germoglia.
@identità è fango arido,
è zolla disfatta al clic di un pollice.
Ahimè, pangea di selfie:
un mondo che si specchia e si frange,
specchio su specchio su specchio
(si crea? si distrugge?).
E lì, tra uno scroll e un like,
mi nasce una foglia,
no—un dato:
si perde.
Pseudo-Patrizia Valduga, Mandami il corpo tuo che si dissolve
Mandami il corpo tuo che si dissolve,
scrivimi cose luride e feroci.
La carne è falsa, ma la voglia evolve,
tra dita cieche e schermi senza voci.
Sul vetro resta un’ombra che si involve,
il tuo profilo in mille pose atroci.
Il cuore è muto, il sesso si risolve
in un replay di immagini veloci.
Oh porno sacro! Porno di un istante,
sei il dio del tempo vuoto che ci inganna,
sei il piacere che vive e poi scompare.
Ti guardo e godo, io, da mendicante:
il mio pollice scorre, il sangue spanna,
e non rimane niente da baciare.








Lascia un commento