Tra i tuoi campi di indagine ci sono la filosofia speculativa e il pessimismo filosofico. Come sei arrivato a interessarti di queste tematiche?
Ciao, come chiunque può constatare leggendo la mia produzione narrativa non sono uno scrittore “di formazione” (se mai esistesse qualcosa del genere). Mi considero principalmente un filosofo e un autore di testi critici e teorici ad alto tasso di astrazione. I miei settori di riferimento sono la metafisica, l’ontologia e gli orientamenti etici che da esse procedono.
Il mio bagaglio filosofico non deve molto all’università – tant’è che non ho mai conseguito nessuna laurea e ho seguito pochissime lezioni. Più che altro, si è espanso a macchia d’olio a partire dall’adolescenza, snodandosi attraverso una ricerca ossessiva sui temi dell’esistenza delle cose, dei fondamenti logico-materiali dell’universo e del senso della vita.
Trovo che quello pessimista sia il punto di vista più acuto, profondo e “incalzante” tra tutti, poiché non cessa mai di interrogare la sostanza stessa del mondo, spolpandolo fino all’osso. Il pensiero pessimista è, per eccellenza, il pensiero che non si accontenta. La filosofia speculativa, invece, si è presa la briga e la responsabilità di andare al di là di tutto quello che si può esperire attraverso i sensi, rivendicando la possibilità di una conoscenza razionale, argomentativa ed esatta. Unendo le due cose si ottiene un dispositivo di analisi molto freddo e molto acuminato, ma capace anche di affrontare i dilemmi posti dall’esperienza umana, dalla sofferenza e dalla morte.
In particolare, non sono interessato a tutte quelle dottrine che individuano nel corpo e nell’esperienza diretta quotidiana un punto di partenza fondamentale per l’indagine filosofica. Quello che cerco è un limite estremo del pensabile e del comunicabile; un “apice” che ben si lega a un certo tipo di fiction esemplificata da autori quali Howard P. Lovecraft, Franz Kafka, Thomas Ligotti e Michael Cisco.
Fra i vari autori che hai tradotto c’è Eugene Thacker. Puoi dirci qualcosa sul suo pensiero e sulla sua trilogia Horror of Philosophy?
Thacker adatta il pessimismo filosofico del Diciannovesimo secolo all’epoca contemporanea, filtrandolo attraverso le maglie del cosiddetto “realismo speculativo”, dell’ontologia orientata agli oggetti e, in parte, della fenomenologia e dell’esistenzialismo. Non bisogna mai dimenticare che stiamo parlando del curatore ufficiale dell’opera di Cioran in lingua inglese; il suo è un pensiero necessariamente frammentario, disforico e (perché no) “pigro”.
Il nucleo centrale è rappresentato dalla visione di un mondo che si ritrae dinanzi a ogni nostro tentativo di conoscerlo e toccarlo con mano: un mondo (parafrasando la prefazione a Tra le ceneri di questo pianeta) indifferente ai nostri bisogni e ai nostri desideri. È questa indifferenza a lasciarci del tutto alla deriva, sia in quanto specie sia in quanto individui: nessuno può davvero sapere cosa accadrà tra mille anni o tra cento, tra una settimana o tra un minuto; nessuno può davvero sapere se esistano o meno demoni, fantasmi o antiche divinità innominabili. I limiti che le scienze impongono alla natura sono effimeri e imperscrutabili. Gli orizzonti dischiusi dalle innumerevoli dottrine filosofiche sono incompleti e parziali. Questo è il perno di nebbia, per così dire, attorno al quale ruota lo spettacolino della storia umana.
Pur avendo farcito i suoi primi scritti di cultura pop, Thacker è andato sempre più rarefacendo la propria scrittura, fino ad approdare all’aforisma e, infine, al silenzio. Non posso fare a meno di ammirarlo per questo. La scrittura più efficace dovrebbe ambire a questo tipo di rarefazione e lasciare il lettore senza parole, in balia del silenzio.
Come definiresti l’orrore astratto che è alla base dell’antologia di racconti da te pubblicata con NERO edizioni?
Ho pensato e scritto questa raccolta di racconti a partire da una concezione dell’horror in quanto esperienza mistica. Non il tradizionale incontro con un’alterità “mostruosa”, ma con un piano di esistenza o una forma di vita in grado di annichilire del tutto il soggetto. L’idea – alla quale ancora oggi mi affido in vari casi – consiste nel superare i limiti imposti dalla struttura narrativa e rendere quanto più possibile astratto, per l’appunto, il contenuto di un testo. A tal scopo mi sono affidato alle intuizioni di Ligotti, che vede nel sogno (e in particolare nell’incubo) la forma più pura e autentica dell’esperienza umana; così come agli esperimenti di derealizzazione compiuti da Shirley Jackson in L’incubo di Hill House; ma anche al senso di sacralità e incombenza che permea i racconti di Kafka. Ho, inoltre, appositamente sviluppato una tecnica di scrittura “non preparata”, che impiega come suo motore vivente i contenuti che infestano la terra di nessuno che si estende tra il preconscio e l’inconscio.
Non nascondo che lo scopo secondario dell’antologia è ferire il lettore incanalando all’interno del libro le mie esperienze negative.
In Ecopessimismo. Sentieri nell’Antropocene futuro come affronti la relazione tra filosofia e crisi ambientale?
Ritengo che la filosofia debba porsi come obiettivo limite una conoscenza veritiera ed eterna dell’universo in sé. Non una conoscenza parziale dell’umano, del linguaggio, della società, del pensiero, della matematica o della natura, ma una prensione assoluta di tutte le cose nella loro totalità. Ciò, tuttavia, comporta anche l’eventualità che ciò non sia affatto possibile; si tratta di un limite concreto del quale l’essere umano deve fin da subito prendere atto. Quando ciò non avviene, la tragedia (di per sé già contenuta all’interno del progetto prometeico) rischia di ripetersi sotto forma di farsa e, infine, di commedia demenziale. È il caso dello scientismo posticcio dei vari multimiliardari della Silicon Valley.
Da questo punto di vista, Homo sapiens – l’animale autocosciente in grado di costituirsi in quanto civiltà extra-planetaria, non trascuriamo questo dettaglio – ha tutto il potenziale per tramutarsi in una forza geologica positiva. Tutto sta nel divergere in modo radicale dal paradigma estrattivo, produttivo e consuntivo capitalista. Si tratta, in breve, di un’ingiunzione metafisica alla quale si può giungere a partire dalla sfera tecnoeconomica. Qualcosa che il filosofo tedesco Martin Heidegger aveva già perfettamente intuito.
Sei tra i fondatori del collettivo di demonologia rivoluzionaria Gruppo di Nun. Quali idee e quali pratiche sottostanno a questa visione?
L’idea era esattamente quella di non produrre né un’opera né una teoria organiche. Nei saggi che compongono l’antologia si può trovare tutto e il contrario di tutto. Non in quanto mera provocazione “discordiana” ma in quanto atto di fiducia nel pluralismo intrinseco alla realtà. Se dovessi individuare un filo guida, in effetti, sarebbe proprio questo: la sovrabbondanza del reale rispetto alla teoria, alla scrittura e alla coscienza umana.
In tal senso, i demoni non sono altro che le molteplici correnti sotterranee che squassano il mondo da ogni direzione, corrompendo la struttura architettonica della conoscenza, della vita quotidiana e della tradizione. Ecco “spiegata” anche la genesi dell’attributo “rivoluzionaria”.
Di recente mi è capitato di vedere il libro citato in forum internazionali dedicati alla blockchain, in dibattiti sul ritorno in scena di Trump e in ambito musicale. Sono felice che il libro sia stato percepito in una così vasta quantità di modi, perché riflette esattamente lo spirito con cui ci siamo dedicati alla sua stesura.
La tua indagine filosofica non disegna anche temi più “pop”. Cosa puoi dirci della filosofia di Dragon Ball che hai analizzato nel saggio Il più forte del mondo?
Il più forte del mondo (uscito quest’anno per Moscabianca) è, innanzitutto, un libro muscolare, nato dal proposito di estendere il pensiero filosofico a ogni angolo dell’esperienza umana. Un approccio molto caro alla filosofia speculativa tedesca e alle branche della psicoanalisi che a essa si rifanno (si pensi, ad esempio, all’opera di Slavoj Žižek). In secondo luogo, si tratta anche di un saggio estremamente semplice, accessibile a un bacino di lettori molto vasto; un effetto prodotto dalla natura stessa dell’oggetto di indagine, ossia in quanto caposaldo della cultura popolare contemporanea.
I principi guida e i temi portanti del libro sono sostanzialmente due: da un lato, la ricerca costante della forza pura, bruta e individuale; dall’altro, l’abolizione sublime di ogni limite. È l’unione di questi due poli a dar vita a qualcosa di inaudito e sensazionale, che cessa di colpo di riguardare tanto la specie umana, quanto il lettore in qualità di essere umano. Quando leggiamo o guardiamo Dragon Ball ci troviamo al cospetto di un’escalation cosmica che espelle del tutto Homo sapiens da ogni suo anfratto processuale. Ed è proprio questo il bello: assistere da un luogo sicuro allo scontro tra esseri alieni che lottano tra loro per il raggiungimento di uno status oltre-divino.
Ci sono autori italiani contemporanei, sia in campo filosofico che letterario, che apprezzi particolarmente?
Assolutamente si. Diversi, in realtà. Ma, per non far torto a nessuno, mi limiterò a suddividere in due la lista, tra “giganti” ed “esordienti”.
Nel campo della narrativa di genere impossibile non menzionare Paolo di Orazio, che ha continuato ad affinare la sua penna per decenni, attraversando media e fasi diverse del nostro paese. Il suo brutale Nuovi delitti (uscito per D Editore) è una delle migliori raccolte di racconti uscite quest’anno, a mio parere. Lo stesso vale per il defunto Valerio Evangelisti, che considero l’unico autore fantasy italiano di autentico spessore. E quando dico “spessore” intendo letteratura, non struttura, archi narrativi e altre menate da scuola di scrittura o canale Instagram. Per concludere la triade direi Sergio “Alan D.” Altieri, uno dei maestri del thriller contemporaneo.
Apprezzo molto anche i due romanzi climate di Niccolò Ammaniti e Bruno Arpaia. Il primo, con Anna, è riuscito a ottenere un eccellente e doloroso ibrido di post-apocalittico, weird e romanzo di formazione. Il secondo, con Qualcosa, là fuori, poteva anche limitarsi a dare un pugno a faccia porta a porta a tutti gli acquirenti del libro, dato l’estremo e ferocissimo realismo della sua “fantascienza” a cinque minuti dall’estinzione totale della specie.
Adoro anche i primi noir intimisti di Carlo Lucarelli, così come i romanzi pulp di Sandrone Dazieri e Andrea Pinketts. È un peccato che il thriller, con tutte le sue diramazioni, sia caduto così in basso nel nostro paese da tramutarsi in una sorta di zerbino editoriale per lettori sprovveduti.
L’autore italiano che preferisco in assoluto, però, è Giuseppe Genna. Uno scrittore che ti mette totalmente a nudo e, a modo suo, estremamente violento; uno capace di passare dal thriller al romanzo esistenziale, dalla biografia al true crime, dallo speculativo al saggio filosofico. Nessuno (a parte Ligotti, DeLillo, Houellebecq e Yasmina Reza) è riuscito a strapparmi di dosso la pelle in quel modo. Nel corso dell’ultimo anno ha rappresentato per me anche una grande fonte di ispirazione, tramutandosi in quella sorta di “maestro” che non ho mai avuto occasione di avere.
Tra gli esordienti, anzi, “super-esordienti” vorrei segnalare solo alcuni nomi: Enrico Monacelli (che potrete trovare presto in libreria anche come autore di narrativa), Laura Scaramozzino, Elisa Veronesi, Antonio Amodio, Francesco Mattioni, Valeria Biuso, Stefano Spataro, Pietro Emiliani. Probabilmente sarà di loro che si sentirà parlare in futuro.
Per quanto riguarda la saggistica filosofica, mi spingerei al punto da dire che ci sono sicuramente ottimi accademici, ottimi divulgatori ed eccellenti critici culturali. Di filosofi o filosofe, però, non ne vedo da nessuna parte. Mi vorrei arrischiare, tuttavia, a fissare tre nomi in particolare: Alessandro Lolli, che con i suoi primi articoli e il suo La guerra dei meme ha veramente cambiato il modo di scrivere “theory” in Italia; Enrico Monacelli, che è sia un abile tecnico-filosofico sia un ottimo prosatore sia uno a cui non frega niente delle guerre di posizionamento; e Gioele Cima, che sta portando un po’ tutte queste cose (la cultura popolare, un certo modo di essere autentici e un elevatissimo spessore tecnico) in ambito psicoanalitico.
Cosa pensi della narrativa “di genere” e del suo rapporto con la letteratura “alta” e con la medialità contemporanea?
Se dovessi essere del tutto sincero risponderei che la letteratura di genere, nel corso della modernità e della tarda-modernità, ha dimostrato di essere la nuova, vera “letteratura alta”, avendo raggiunto un elevatissimo grado di rarefazione teorica, intensità affettiva, elaborazione stilistica e complicità con il reale. Ciò, di fatto, annullerebbe del tutto la distinzione tra “alto” e “basso” – una distinzione alla quale, di principio, sono contrario.
Ciò, tuttavia, non sempre è vero. La narrativa di genere è anche in grado di toccare vertici di imbarazzo narratologico e letterario tali da far impallidire addirittura il romanzo borghese einaudiano. Sia le major sia molte CE indipendenti si sono prodigate a immettere sul mercato abomini buoni solo per occupare spazio in libreria. Per questo ritengo che sia quanto mai necessario che la narrativa di genere torni a ibridarsi con i classici, che oggi sono rappresentati da giganti del contemporaneo quali Don DeLillo e Joyce Carol Oates.
Diciamo che si tratta di una distinzione che ritengo degna di essere difesa e rivendicata nei giusti momenti, più per ragioni di “radicalismo” e conflittualità, che per altro: serve a tracciare un confine netto tra chi, nel bene e nel male, sperimenta qualcosa di nuovo e attuale e chi continua a propinare sempre la solita roba insipida a un pubblico che abita un pianeta in fiamme.
Come intendi la letteratura fantastica nelle sue varie forme (in particolare perturbante, weird e fantascienza)? Quali sono a tuo parere le caratteristiche del fantastico che lo rendono particolarmente adatto a raccontare la realtà contemporanea?
Meno il fantastico è fantastico, meglio è. Mi spiego: la categoria stessa di “fantastico” è stata coniata in un’epoca nella quale non esistevano ancora i generi letterari, ed è stata impiegata come acquario dalla critica letteraria accademica, per costringere in essa tutto quello che potevano farci entrare. Più di recente, si è a tutti i costi tentato di non impiegare le terminologie tipiche di un’“arte minore” (soprattutto se comparata con la letteratura, per l’appunto, “alta”) quale il cinema. Questo perché è inammissibile che in un medium alto-borghese (di nuovo queste polarità verticali) come il libro si possano intrufolare zombie, elfi e astronavi. In breve, cose da ragazzini o da minorati mentali. Da qui l’affinità con la “fantasia” e con il volo pindarico: una banalizzazione totale del mestiere dello scrittore e del ruolo dell’immaginazione.
Riportare in auge il termine “fantastico” (seppur con l’intento di ibridare e sperimentare ulteriormente) rischia di adombrare la storia di questa lotta tra cultura alta e cultura bassa, ma anche di cancellare il faticoso lavoro dialettico di differenziazione dei generi – come ad esempio il processo che, dalla prima fantascienza spaziale, ha condotto all’attuale fantascienza postumana.
Anche se può non sembrare, è proprio la divisione dei generi in sottogeneri ad aver prodotto la vicinanza con il reale e con ciascuna data “contemporaneità”: di volta in volta, ogni nuovo autore e ogni nuova autrice si sono dovuti inventare e costruire un nuovo modo di fare le cose. Si tratta di un movimento storico, oltre che narratologico.
Che ruolo ha nella tua scrittura la ricerca linguistica e stilistica? Come si intrecciano la lingua della filosofia e quella del racconto?
Nessuno, assolutamente nessuno. Ritengo che, nel mio caso, si tratti di un aspetto totalmente superfluo. Mi limito a evitare le ripetizioni e a tentare di schivare quante più banalità mi è possibile. Sono totalmente persuaso, inoltre, che un’isola poetica in un mare di parole normali, banali, sia più efficace di un oceano di termini curati al minimo dettaglio in una cornice di simil-proto-prosa-poetica-estetizzata.
Gli unici punti nei quali mi sento più vicino a un qualche tipo di ricerca linguistica sono quelli nei quali sono in gioco concetti e affetti intensi, difficili da descrivere, comunicare e far trapelare al di là della pagina. Qui lascio che sia il mio stesso corpo a parlare, che siano le mani a scrivere senza alcun filtro imposto dalla mente cosciente.
Stai lavorando a nuovi progetti o pubblicazioni? Puoi anticiparci qualcosa?
Sto arrancando oltre la metà di un romanzo thriller-horror che abbandono e recupero da circa un anno. E sto lavorando a un nuovo saggio sul tema dell’esperienza limite (dalla psichedelia alla musica estrema) che contiene alcune parti auto-biografiche, che forse sarebbe meglio definire “auto-sperimentali”.
Nel corso del prossimo anno vedranno sicuramente la luce un nuovo saggio filosofico dedicato al suicidio e la nuova collana di narrativa che curerò per D Editore, Intermundia.
Non dimenticate di venirci a trovare a fine febbraio a Oblivion – Fiera del libro, del fumetto e dell’irrazionale, che si terrà a Città dell’Altra economia a Roma, grazia al contributo di ben quarantadue case editrici.
Scelta obbligata.
Pessimismo cosmico o pessimismo eroico? Pessimismo cosmico.
Schopenhauer o Nietzsche? Schopenhauer.
Kafka o Camus? Kafka.
H.P. Lovecraft o C.A. Smith? Lovecraft.
Artaud o Bataille? Bataille.
Sartre o Cioran? Cioran.
Deleuze o Guattari? Deleuze.
P.K. Dick o W. Gibson? Dick.
Thomas Ligotti o Mark Samuels? Ligotti.
Dragon Ball o Dragon Ball Z? Dragon Ball Z.
Berserk o Neon Genesis Evangelion? Berserk.
Eros o Thanatos? Thanatos.








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