Quando hai cominciato a scrivere? Come è evoluta la tua scrittura?
Mi annoiavo da piccolo, ero già un pallonaro di indubbio talento e ho cercato di canalizzare la cosa in un hobby più costruttivo. È durata più o meno fino alla fine delle medie, pensavo di essermene liberato definitivamente, ma poi ho iniziato Giurisprudenza e bisognava pur trovare un modo per esorcizzare il naturale desiderio di inaudita violenza.
Quali libri sono stati per te fondamentali? Oggi chi sono i tuoi scrittori preferiti?
Vedo cosa mi interessa e seguo a naso. Potrei scrivere il titolo che mi ha fatto conoscere la fantastica, o American Gods di Gaiman, ma sono fin troppo consapevole che avrebbero potuto essere quei libri come altri. Se non si segue un canone definito la questione diventa più una serie di incidenti che un vero percorso pianificato/pianificabile. Quanto agli autori mi piacciono molto Terry Pratchett, Abbey Mei Otis e Antoine Volodine, ma è più una questione di affetto che di scrittore preferito. I Buddha vanno uccisi.
Come affronti la scrittura? Qual è la tua routine? Dove trovi le idee? Che rapporto c’è tra metodo e ispirazione?
Non ho una routine. Faccio altro finché non sento di avere qualcosa di interessante da dire, pianifico (molto poco) e cerco di imbastire una tabella di marcia che ovviamente non rispetterò perché ho l’autodisciplina di un oppiomane elisabettiano. Quando ero ancora all’università, o sotto COVID e le incombenze erano minori, mi sottoponevo a tour de force disumani dove non facevo altro che scrivere e credo che i danni cerebrali e alle cornee mi accompagnino tutt’ora. Adesso ho più da fare, per fortuna.
Tendo a lavorare per opposizione. Vedo una cosa che mi da fastidio, un topos che non mi piace, un argomento che non mi torna e cerco di svilupparlo meglio. E siccome non mi sta bene un cazzo, capisci si tratti di una miniera estremamente ricca.
La scrittura è un media esplorativo e come tutti, le idee le trovo all’esterno. Più si va fuori e meglio è: fuori dal proprio recinto di letture; se si è veramente fortunati fuori dai libri. Uno potrebbe financo arrischiarsi fuori da casa propria.
Metodo e ispirazione sono due elementi che ho paura vengano contrapposti per protratto fraintendimento. Non siamo Ice King di Adventure Time a cui vengono sparate nel cervello le idee da un’entità extra-dimensionale. L’ispirazione è un processo di osservazione attiva e il metodo un apparato di regole che va sviluppato con la pratica individuale. Non è un equilibrio binario. Poi è ovvio che a chi vuole pubblicare un libro l’anno serva più metodo che mandato celeste.
Quanto contano le tecniche narrative, la lingua e la ricerca stilistica per la riuscita di un buon racconto o un buon romanzo?
Quanto è utile all’economia dell’opera. Valutare la letteratura (e l’arte, in generale) su una scala di valori assoluti e lineari è un metodo intellettualmente disonesto. Ci sono solo opere più o meno adatte a uno scopo. Delitto e Castigo può solo inginocchiarsi, piangere e chiedere pietà di fronte alla più putrida fanfiction porno-omegaverse-mpreg scritta in italiano B1 se le finalità che stiamo cercando di raggiungere meglio si conciliano con quest’ultima. La pretesa di un’esperienza estetica univoca la lasciamo a Immanuel Kant. L’unica cosa a cui si potrebbe auspicare, magari, è un po’ di coerenza interna, ma anche lì: se funziona non è rotto.
La tua scrittura si muove agilmente fra misterioso e perturbante. Cosa ti attrae di queste modalità dell’immaginario?
L’umanità usa il linguaggio come principale mezzo di trasferimento del pensiero e della conoscenza, uno strumento che tutti pacificamente riconosciamo come irrimediabilmente fallibile e approssimativo. Le nostre percezioni sensoriali sono impulsi elettrici confusi e disomogenei che rimbalzano in una palla di grasso e proteine sigillata al buio in una scatola d’osso. Il nostro organismo produce spontaneamente sostanze allucinogene.
Come dovrei raccontarla un’esperienza del genere?
Per Todorov la funzione del fantastico coincide con la possibilità di trasgredire la Legge e superare i limiti della realtà. Sei d’accordo? Cos’è per te il fantastico?
L’essere umano ha due meccanismi base: fare amicizia e creare storie. Il resto sono elementi sovrastrutturali. Le storie di maggior successo della nostra specie sono quelle mitologiche: strutture intellegibili che poi utilizziamo per interpretare la realtà che ci circonda. La letteratura fantastica è la più efficace per ricoprire questo ruolo: le luci, gli effetti speciali, l’allegoria, ci rendono più permeabili al contenuto dalla narrazione, un modo come un altro per cercare di capirci qualcosa. A parlarne con serietà tutta la letteratura è per forza di cose fantastica. Ogni storia è la nostra invenzione del mondo che ci circonda. Che qualcuno ci metta i Lamassu e altri bigi medioborghesi irrisolti di Torpignattara il senso non cambia.
C’è chi sostiene che la fantascienza, consumata la sua carica dirompente dal riciclo continuo operato dagli epigoni, sia ormai morta. Tu che ne pensi?
Che dovrebbero lasciare le ufficializzazioni di decesso ai medici legali. Se uno intende con fantascienza quella con le astronavi, i laser pew pew, il colonialismo spaziale, il destino manifesto e i robot di Asimov, allora si è solo evoluta. Dalla golden age della fantascienza sono passati settant’anni e nel frattempo anche il futuro in cui proiettarsi è cambiato. Che qualcuno per ortodossia o tradizionalismo non se ne sia accorto, è veramente il colmo considerando di che tradizione letteraria stiamo parlando. Se invece con fantascienza ci si riferisce alla più ampia speculative fiction, annunciarne la morte oggi reputo sia segnale della familiarità con uno specifico spacciatore di cui vorrei il contatto, perché deve avere roba davvero buona. Solo l’anno scorso usciva un adattamento de Il problema dei tre corpi al mese e dal 2021 vedo più spesso Paul Muad’Dib dei miei familiari.
Sorge il dubbio che semplicemente non si legga fantascienza contemporanea.
Il tuo terzo romanzo, La resa, è un urban fantasy che – fra Jung, Joseph Campbell e D&D – gioca sul dualismo dell’Eroe e del Negromante. Perché gli archetipi sono così importanti?
Lo stesso discorso di prima sulle mitologie. Leggiamo la realtà in base alle storie che impariamo e gli archetipi sono sia i mattoncini base di queste storie che strumenti di semplificazione. Trasferire in una storia la complessità (leggasi insensatezza) del reale, o di un’individualità, vuol dire scrivere una storia di merda, confusa e priva di direzione. Ciò che apprezziamo è la razionalizzazione del reale, la propaganda del reale, ma non la realtà. Quella è scritta da cani.
In risposta alla classica accusa di escapismo mossa al fantasy Neil Gaiman ha detto: “E la narrativa evasiva è proprio questo: narrativa che apre una porta, mostra la luce del sole all’esterno, ti dà un posto dove andare in cui hai il controllo, sei con persone con cui vuoi stare (e i libri sono luoghi reali, non fraintendermi); e, cosa più importante, durante la tua fuga, i libri possono anche offrirti una conoscenza del mondo e della situazione difficile in cui trovi, fornirti armi, armature: cose reali che puoi riportare nella tua prigione. Abilità, conoscenze e strumenti che puoi usare per fuggire davvero.” Condividi questa visione?
Preferisco la risposta che diede Tolkien, che parafraso: ma se uno sta in cella perché non dovrebbe voler fuggire?
L’accusa di escapismo credo poggi su un vizio di forma, l’accezione per cui la letteratura fantastica aiuti in qualche modo ad uscire dalla realtà. Il che è un’eminentissima stronzata. La letteratura fantastica trasfigura il reale conservandone la sostanza; contiene apparati politici, etici e visioni del mondo di variabile complessità, al pari (se non più) di qualsiasi opera mimetica (quelle che con un’incredibile faccia di culo chiamiamo realistica).
Quella dell’escapismo si riduce a una questione di ignoranza e/o classismo.
Sottesa alla tua produzione c’è anche un’evidente vena comica, dissacrante, postmoderna, che vira anche verso la dark comedy. Che ruolo ha nella scrittura l’ironia?
Il riso è uno dei più efficaci meccanismi di difesa disponibili all’essere umano e qualsiasi racconto, dalla buffonata alla tragedia rimane incompleto in assenza di umorismo. Nessuno piange per sempre, la gente fa battute becere ai funerali e scoppia a ridere al picco della tensione sessuale. Sotto la ridicola bandiera della consistenza tonale si è lungamente scritta letteratura popolata di emotività monche e innaturali e a me questa cosa, come mille altre, non sta bene.
Inoltre, mi annoio con una facilità allarmante e debbo in qualche modo intrattenermi.
Che rapporto c’è, o ci dovrebbe essere, fra letteratura “alta” e letteratura “di genere”?
La letteratura alta non esiste e la tassonomia di genere è uno strumento descrittivo che con la fase produttiva delle opere non dovrebbe avere nulla a che fare. Agire nel 2024 come se davvero esistesse una letteratura alta e una bassa lo concepisco solo come performance nella cornice del Circo Togni. Ogni opera ha una finalità e va valutata in base a quanto efficacemente raggiunge quella finalità. Ogni altra scala assoluta di valore serve a venderci una struttura di potere. Wanna Marchi ce l’abbiamo già avuta una volta. Mo’ basta.
Quali sono i tuoi progetti futuri? Puoi darci qualche anticipazione su ciò a cui stai lavorando attualmente?
Sto lavorando a una novella di fantascienza soft su un fungo che diventa senziente per traversie alimentari, poi due romanzi in cantiere, uno di letteratura mimetica per riposarmi e uno weird-fantascienza per tornare alle cose serie. Trovare il tempo di dar da mangiare al gatto. Fare il pane. È una vita frenetica.
Scelta obbligata.
E.A. Poe o H.P. Lovecraft?
Lovecraft per ragioni di comicità involontaria.
Dino Buzzati o Tomaso Landolfi?
Buzzati per ragioni di comicità volontaria.
Il signore degli anelli o il Silmarillion?
Silmarillion, dura meno.
Roberto Bolaño o Julio Cortázar?
Miguel Bosé. Non li ho letti.
Frank Herbert o Philip K. Dick?
Filippone Dick.
Stephen King o Thomas Ligotti?
Fanno due lavori che condividono giusto il supporto cartaceo.
Neil Gaiman o Terry Pratchett?
Pratchett toda la vida.
V for Vendetta o Watchmen?
V.
Alien o Predator?
Alien.
La storia infinita o Jumanji?
La storia infinita.
La città incantata o Il castello errante di Howl?
Città Incantata.
Yin o Yang?
Ylang-ylang.
Eros o Thanatos?
Entrambi, in quest’ordine, come i coniglietti.
Bio
Autore di narrativa, editor un po’ ovunque e redattore della rivista a Malgrado le Mosche. Ha pubblicato tre romanzi, più una serie di racconti in antologie e riviste letterarie come La Nuova Verdǝ, retabloid, Micorrize e Inquieto. Cura i titoli stranieri della collana 42Nodi per Zona 42.
È co-creatore del gioco di ruolo UNIT e fondatore del Coro Terroristico Maceratese, due cose che, appresso a una certa destrezza nel preparare i falafel, rimangono per lui unici motivi d’orgoglio.












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