Il canarino, la voliera e il taumatropio – La poesia di Angelo Maria Ripellino

Le mostrerò la strepitante patria degli uccelli, signor Solferino.
Così mi disse stizzito Rabàs, l’organista.
Ed io vidi d’un tratto il cinguettío inestinguibile,
che trabocca dagli alberi come schiuma di birra,
le cupole di madreperla delle ali, una Terrasanta
di zampine smagrite con fogli portafortuna.
Vidi d’un tratto una bianca città stercoraria,
un gran circo vocale molto ostinato,
un’esecuzione nemica alle querulose ranocchie,
caldo fieno di piume, e niente carceri.
Gavinelli e calandre e fagiani e smerigli
si accapigliavano nel loro parlamento.
Vidi una cerchia di mura canterine, e grovigli
di ciuffi e penne, e remiganti castelli,
e dolce lanúgine di case trampoliere,
e scorte di tórtore ed altre ragioni di uccelli.
Mi rallegravo dei garriti e dei gorgheggi
di questa pluralità democratica.
Ma l’arruffío, il pigolío sulle statue di Braun
infastidiva la musica dell’aggrondato organista.
E Rabàs diede agli uccelli una ciòtola
di chicchi di miglio imbevuti di rum,
perché durante il concerto dormissero.

In questa poesia – la n. 34 di Notizie dal diluvio – Ripellino mescola ispirazioni artistico-musicali (probabilmente la pittura di Paul Klee e il jazz di Charlie “Bird” Parker, autore di Ornithology) e dato biografico. Scaturigine del testo sembrerebbe un concerto dell’organista ceco Václav Rabas, forse tenutosi – come si evince dalle statue di Mathias Bernard Braun menzionate al v. 19 – nella cattedrale barocca di San Clemente a Praga. Uno dei brani eseguiti potrebbe essere la Marcia nuziale tratta dagli Uccelli di Aristofane musicati dal compositore britannico Hubert Parry. La “strepitante patria degli uccelli” è Nubicuculia, l’utopistica città costruita sulle nuvole, lontana dalle miserie umane e più vicina (e concorrenziale) agli dei. Forse suggestionato dalle architetture della cattedrale praghese, il poeta ribattezza la fortezza aerea “Terrasanta” e ne fa scintillare le “cupole di madreperla”; comicamente il candore della “bianca città stercoraria” è dovuto non al marmo, ma al guano.

I chiassosi cinguettii di Nubicuculia si oppongono ai gracidanti lamenti dell’altra notissima (e sicuramente più “tragica”) commedia di Aristofane, le Rane, cui Ripellino preferisce le visioni sbrigliate, favolistiche e scanzonate degli Uccelli: il “caldo fieno di piume”, “gavinelli e calandre e fagiani e smerigli”, il circo-parlamento in cui si azzuffano i volatili, le “mura canterine”, i “grovigli / di ciuffi e penne”, i “remiganti castelli”, la “dolce lanúgine di case trampoliere”, garriti e gorgheggi che nella loro “pluralità democratica” rallegrano il poeta. Al suo entusiasmo fanno da contraltare l’irritazione e il fastidio dello “stizzito” Rabàs (scontento dell’acustica?): così il musicista, avvelenando con “chicchi di miglio imbevuti di rum” gli uccelli, li addormenta, spezzando l’incantesimo della musica e della poesia.

Interessante il soprannome con cui Ripellino si fa appellare dal musicista ceco: Solferino. Il riferimento è al canarino solferino (Crithagra sulphurata) così chiamato per il colore sulfureo del suo manto, lo stesso che ha ispirato il famoso pennuto giallo dei Looney Tunes. Canarino che, come sottolineato dalle “zampine smagrite”, è innanzitutto emblema di fragilità; eppure, allo stesso tempo, tesse un canto che, oltre a incarnare la poesia, si fa promessa di gioia e amore (nel mondo greco è compagno di Afrodite) e, nel folklore cinese, di buona sorte (si vedano i “fogli portafortuna” attaccati ai fragili arti degli uccelli messaggeri). Simbolo anche, tuttavia, di avvertimento del pericolo. È noto l’utilizzo che dei canarini, sensibili al metano e al monossido di carbone, facevamo i minatori nei cunicoli.  Costretti al buio carcere per segnalare fughe di gas, gli uccellini diventavano allarmi viventi, sensori di morte.

Come il canarino, il poeta, sebbene il suo volo sia limitato dalla gabbia della malattia che lo segnerà per tutta la vita, abbandona, almeno per un po’, i toni “querulosi” della poesia tragica (incarnati qui dalle ctonie Rane e dallo stizzito Ràbas) e, semplicemente, canta. Mette in scena un “gran circo vocale molto ostinato” (quale definizione migliore per la poesia di Ripellino?), sotto il cui tendone, innalzato sulle nuvole, non ci sono più sbarre: “niente carceri”. Infatti, nonostante la voliera che lo imprigiona, Solferino-Titti non rinuncia a intonare i suoi versi e tramite un “cinguettio inestinguibile” continua a sfuggire alle trappole della morte. Come recita il coro degli Uccelli: “Uomini dalla vita oscura, simili alle stirpi delle foglie, deboli creature impastate di fango, ombre instabili, effimere, senz’ali, mortali infelici, vani come sogni; prestate attenzione a noi che siamo immortali, da sempre viventi, eterei, immuni da vecchiaia, e pensiamo eterni pensieri.”

Tutta l’opera di Ripellino, affollatissima di animali, è una gigantesca uccelliera gremita di corvi, cornacchie, gufi, civette, tortore, passeri, fringuelli, colombe, pulcini, galli, fenicotteri, pappagalli, tucani, specie esotiche, mitologici Rukh… Voliera-prigione che è metafora della condizione umana: “Siamo allocchi intontiti / in mano a un pazzo uccellaio / in mezzo al tetro / abbarruffío di un mercato” (Lo splendido violino verde, n. 13). Anche nell’onomastica torna la smania ornitologica: lo stesso nomignolo di Vanellino che il poeta si attribuisce (idem, n. 65) – nota Federico Lenzi, suo curatore per Einaudi – potrebbe derivare da vanello, una specie di volatile, e il signor Papúga (idem, n. 58) è, in polacco, il signor Pappagallo.

Anche il poeta è “un uccellatore più destro di Papageno” (idem, 53): caccia versi, parole, rime; caccia sé stesso. Eppure è, soprattutto, uccello desideroso di volare via lontano: “Volare via da me stesso / come un uccello migratore, / da questo roveto, da questo malessere, / da questo perenne dolore.” (Autunnale barocco, Parte seconda, n. 72).

Così la poesia di Ripellino è un taumatropio vittoriano: gioco, magia, prestidigitazione che permette al canarino di essere contemporaneamente prigioniero in gabbia e cantore di una libertà possibile: “E la giovinezza è aprile, / e tu, mio cristallo, sei aprile, / e gli urli dell’uccelliera / anch’essi sono aprile. […] Ora se aprile è aprile / anche nella tua terra, / poggia le mani sul vento, / apri le finestre alla luce / e grida che noi siamo vivi” (Lungo poema d’aprile).

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Chi sono

Michele Ghiotti (1989) è nato a San Marino, dove insegna Lettere nella scuola secondaria di primo grado. Ha pubblicato la raccolta poetica Preistoria primavera (Italic Pequod, 2021), ammessa alla fase finale del Premio Tirinnanzi 2022. Suoi racconti sono apparsi su Crack, Carie, Retabloid e Blam. Il suo racconto Carne della mia carne, occhi dei miei occhi è stato finalista al Premio Calvino 2024.