«Estrarre tutto il buio» – Intervista a Clery Celeste

Cos’è per te la poesia? C’è una definizione, se una definizione può esserci, che ti è cara?

Creare dal nulla è per me un atto sacro. Riprendo questo dall’etimologia del termine poesia, dall’antico greco poieo, ovvero “io creo dal nulla”. È un atto sacro che attiene alla profezia e alla guerra. Poesia, profezia e guerra sono espressioni diverse di uno stesso furor divino; non ci può essere creazione dal nulla se prima non c’è stata una completa distruzione di tutto ciò che non è vero, che incrina l’ordine cosmico. Da questo atto cruento ha origine la creazione, dall’annientamento escono suoni sconnessi e a volte indecifrabili della poesia, il linguaggio profetico per eccellenza.  

Quando hai cominciato a scrivere? Come è evoluta la tua scrittura?

La scrittura è per me una forma di possessione, è sempre quel furor che ti possiede, in varie forme. Tu sei un veicolo, attraverso cui emerge il suono e la parola. È sempre stato così, da quando avevo 15 anni. Ricordo che iniziai a scrivere spezzando le frasi, in maniera istintiva. Arrivava un impulso e dovevo scrivere, ma spezzando. Provenendo da una famiglia di artisti ho compreso stesse succedendo qualcosa, quindi ho aspettato svariati mesi prima di dirlo a qualcuno. Poi andai da mia madre e le dissi “Mamma, forse scrivo poesia, mi sa che è grave stavolta.”  E lei si mise a ridere.

Penso e spero che sia evoluta – questo dovrebbe dirlo il lettore però – nella direzione di una maggiore naturalezza; mi appartiene una versificazione verticale, asciutta e amo i suoni più duri, un dire non obliquo.

Che rapporto c’è fra ispirazione e disciplina?

Devono andare in parallelo. O quanto meno l’ispirazione – che è un tratto essenziale ma non dominabile e improvviso – deve essere seguita dalla disciplina. Solo in quest’ordine secondo me è possibile creare qualcosa di poetico. Per me chi si getta solo nella disciplina o chi si fa trascinare dall’ispirazione come da una baccante posseduta difficilmente produrrà qualcosa di poetico, o che abbia un qualche valore letterario. Ci deve essere equilibrio, evitare di “fare il verso a se stessi”.

Quali sono i nodi linguistici e simbolici della tua poesia?

Credo che la mia scrittura si sia sempre contraddistinta per l’inserimento di termini e parole proprie di un linguaggio medico, dell’ambito scientifico, apparentemente impoetiche. Ho fatto un lungo lavoro, specialmente nel primo libro, di ricerca e riformulazione di termini “impoetici” che a mio avviso potevano essere compresi nel linguaggio poetico. Avevano una loro musica, un loro ritmo intrinseco. Sicuramente un tratto costante è il ritmo serrato, il suono secco e duro dei miei testi, spesso impietosi pur contenendo della pietà per l’essere umano, nel suo ampio spettro di dolore e ferocia.

Quali sono i tuoi poeti / poetesse di riferimento?

Devo dire che sono cambiati nel tempo e che variano anche in base ai periodi di ricerca interna o semplicemente di vita. In questo momento mi sento affine ai versi molto duri di Agota Kristof, Hilde Domin, per dirne alcuni. Forse leggo più prosa, potrei dire che amo quasi tutto di Lou von Salomé, di Anais Nin i racconti “La voce”, Maria Luise Von Franz, per dirne alcuni… e l’immancabile amore letterario mio, Sandor Marai.

Che spazio ha nella tua poesia il sentimento del sacro?

Direi che è strettamente connesso, per me non ci può essere poesia senza sacro nel senso che è proprio per me un atto sacro la creazione di un verso. Non è uno sforzo intellettuale, ma arriva come un dono o come una dannazione; poi ovviamente è necessario il lavoro di lima e la selezione intellettuale, ma nella creazione per me c’è un fare del sacro, un sacrificio. Nel secondo libro credo che questo aspetto si inizi ad affacciare; quelli della prima sezione sono tutti testi scritti molto prima della reclusione della pandemia, che avevo sotto forma di visione anni prima.

Che rapporto c’è tra i tuoi interessi professionali e formativi (medicina, psicologia e runologia) e la tua poesia?

Nel mio primo libro il lavoro di sinergia tra scrittura poetica e terminologia medica era voluto ma anche inevitabile, nel senso che ho desiderato proprio inserire termini medici e scientifici del mio quotidiano nel mio linguaggio poetico. È stata un po’ una sfida. Nel secondo libro il mio linguaggio credo che conservi quella durezza nel suono, quella tranciatura del verso un po’ chirurgica, e che le parole scelte siano spesso attinenti al mio lavoro in ospedale, ma avviene in modo spontaneo. Non ci faccio più caso, è il mio linguaggio. Per me quindi medicina, psicologia e runologia entrano nel mio testo in modo naturale, sono le mie parole, quelle che amo e si insinuano nel verso. Per dirla alla psicosintesi di Assagioli, ci sono tanti io dentro di me che confluiscono in un grande Io, sono funzioni diverse, espressioni differenti, di un nucleo originario condiviso.

Se potessi salvare un solo verso di tutta la tua produzione, quale sarebbe?

“che sia per far passare la luce/ arrivare al centro di me / estrarre tutto il buio”

Che consigli daresti a un/una giovane poeta/poetessa?

Penso che gli direi di leggersi attentamente Rilke Lettere a un giovane poeta per fagli capire che scrivere non è un vezzo egoico, non è un passatempo e nemmeno una occupazione mentale; scrivere è un sacrificio, è un atto estremo che si compie quando si morirebbe se non lo si facesse. E poi gli direi di leggersi Ricordando la mia vita di Lou von Salomé, dove parla dell’amore tra lei e Rilke e gli altri uomini della sua vita.

E gli direi che se non pubblica un libro ogni anno vuol dire che è sano di mente, se non pubblichi esisti lo stesso, io ho fatto silenzio per dieci anni e la gente mi chiedeva se scrivessi ancora. Che cosa strana il silenzio, mette in imbarazzo l’altro in modo così splendido…  

Come può oggi la poesia abitare il metaverso?

Sinceramente non lo so, io mi ritiro sempre più a vita privata, nel senso di privata dello sguardo altrui. Non amo pubblicare testi miei nelle mie pagine social, per esempio. Credo ancora nella parola che viene impressa con inchiostro sulla carta. Il meta-verso è la metà di qualcosa per me, è incompleto e parziale, annebbiante e ingannevole, altera la visione più di quanto non ce l’abbiamo già danneggiata e parziale.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Nella mia mente c’è sempre un Ragnarock, un bruciare senza sosta e un creare. Al momento sto scrivendo, con i tempi dettati dal daimon oscuro o dal Dio che a volte mi accompagna. Scrivo sia poesia, che prose poetiche ma sto lavorando specialmente a un saggio di una mia ricerca sulla tematica psicologica – spirituale e runologia… vedremo.

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Chi sono

Michele Ghiotti (1989) è nato a San Marino, dove insegna Lettere nella scuola secondaria di primo grado. Ha pubblicato la raccolta poetica Preistoria primavera (Italic Pequod, 2021), ammessa alla fase finale del Premio Tirinnanzi 2022. Suoi racconti sono apparsi su Crack, Carie, Retabloid e Blam. Il suo racconto Carne della mia carne, occhi dei miei occhi è stato finalista al Premio Calvino 2024.