Quartetto n. 1 – ALTROVE (Luca Chendi, Valentina Demuro, Elisa Nanini, Alfredo Panetta)

Inauguriamo oggi Quartetti. L’obiettivo di questa rubrica, il cui titolo omaggia i Four Quartets di T.S. Eliot, è la presentazione di quattro testi (editi o inediti) di poetesse e poeti contemporanei, collegati da una parola-tema, liberamente interpretabile dagli autori. Una breve nota critica farà risuonare le quattro voci creando un dialogo fatto di armonie e contrappunti.

La parola-tema del primo Quartetto è Altrove. L’altrove è la dimensione per eccellenza della poesia. Dimensione geografica, reale o sognata, nota o ignota, del ricordo o ancora metafisica ed esistenziale. Nelle poesie che leggerete l’altrove è varco verso dimensioni ancora diverse.

Nell’inedito di Luca Chendi troviamo un altrove interiore che smette di essere una prigione e diventa una porta verso quella vita autentica di cui la poesia intravede la verità e la bellezza. I pensieri sono “sintomi / necessari quanto basta per sentirli scorrere”: l’inquietudine testimonia il panta rei della nostra esistenza; allo stesso modo le fragilità, se vissute con leggerezza, provano il nostro essere vivi. La “voce / che non smette di chiedere ascolto” è la coscienza, che ci invita a trovare il nostro posto nel mondo, ma è anche l’ispirazione poetica. Il regno, come ricorda Luca 17,21 (“Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!”), è lo spazio dell’anima, che va custodito con cura e in cui siamo “prigionieri felici”. L’ascolto di sé, per quanto faticoso, è l’unico modo per ottenere le chiavi, strumento di consapevolezza e accesso alla salvezza: è la coscienza stessa a darci lo strumento per liberarci. Il verso che “si offre e si ritira” ricorda il movimento di una porta che sbatte o una marea: la poesia ci mostra per un istante l’altrove (la verità profonda, il senso ultimo) e poi si ritrae, lasciandoci però trasformati. È rito misterico, soglia, sacramento, che spalancando “un varco aperto sulla vita” permette l’accesso alla dimensione sacra dell’esistenza.

Nel testo di Valentina Demuro, già apparso su Sidera, l’altrove è la dimensione dell’assenza e del mistero, che si può scorgere e avvicinare tramite l’attesa paziente dei segni in grado di metterci in contatto con chi se n’è andato. La porta che si apre di colpo sul “bianco addensarsi del tempo” è il passaggio aperto dal trauma dell’assenza. L’oscurità al di là inquieta di “uno spavento sottile” chi è “senza visione d’altrove”, privo di una dimensione spirituale e/o poetica, cioè degli strumenti per immaginare ciò che c’è oltre il velo. Ma chi è scomparso sapeva che alla fine la relazione non sarebbe finita, ma si sarebbe semplicemente trasformata in un “gioco diverso”: una lunga attesa, che è necessario “imparare” a sopportare, per cogliere la presenza in un “breve lampo di coscienza”. È la “corrispondenza di amorosi sensi” foscoliana, la corrente di affetti che lega i vivi e i morti. Così, di fronte al “pesco / nudo sulla soglia della casa” spogliato dall’inverno, nonostante il morso del dolore e del dubbio, resta la certezza che quella connessione spirituale è quanto mai reale e possibile. La poesia è il mezzo per decifrare questi segni e trovare la forza di restare in ascolto sulla soglia.

In Contare le pecore di Elisa Nanini l’altrove si configura non solo come il territorio della memoria o del sonno, ma anche come lo spazio in cui la nostra identità è messa in salvo. Già dal titolo e dall’esergo di Wilcock, la poesia si configura come una conta. Protagonista è il ricordo, cristallizzato in azioni pure, che proprio per la presenza-assenza di chi le compie, diventano persone, insieme dato autobiografico e figure universali. Un forte senso del sacro permea i versi, che, dall’apparizione delle “vecchie divinità” e della coperta –“scudo greco”, si configurano presto come un catalogo epico. L’epos è quello della vita e gli eroi hanno le fattezze dei propri cari, in particolare di una figura custode in grado di farsi schermo perché ha già attraversato il freddo e ne porta i segni. Berretto e giacca sono l’armatura che protegge dalla durezza della vita e dall’ostilità del mondo esterno. Il catalogo diventa poi vera e propria evocazione: “l’aria chiama in rassegna / le cose sotto la neve”. La voce che impara a contare nomina il mondo, misura il tempo, mette ordine nel caos, propizia il sonno. Infine la conta, da gioco infantile e rituale notturno, va “oltre il sogno, la notte” e, manifestando la funzione ipnotica e salvifica del linguaggio, si fa conta (e canto) della vita, atto d’amore e di cura. Conta che doveva – e che deve – continuare. Per non interrompere l’attraversamento, anzi accompagnarlo. Per scongiurare la rinuncia e impedire che il fuoco interiore si spegna. Per impedire che “un solo soffio” ci faccia svanire, cancelli la realtà e la memoria. “Non lo capivo”, scrive Nanini, facendo della poesia un atto di gratitudine retrospettiva, che racconta di come siamo stati salvati quando non sapevamo ancora di essere in pericolo. Così l’altrove è, sì, la dimensione del ricordo e del sogno, ma è, soprattutto, il luogo in cui non si svanisce, il riparo sicuro lontano dal grande inverno del mondo.

In ‘I Smirni a Cutrona di Alfredo Panetta l’altrove è luogo di speranza, meta sognata dai migranti in cerca di una vita migliore e allo stesso tempo visione di un mondo capace di empatia e accoglienza. Dopo un attacco che riporta alla mente la penna che scava di Heaney in Digging, la poesia si innalza dalla terra al cielo: “chi vola invece resti sospeso / a indicarci la strada da Smirne a Crotone”. Da lassù, sulle ali di una scrittura archilochea che mescola lirismo e schiettezza feroce, si apre una visione a volo d’uccello su un’umanità indaffarata, ora persa sul web ora seduta a tavola, che i versi scuotono con forza. La poesia è mobilitazione (“urge sapere”), una vera e propria chiamata alle armi (“chiami a raccolta gli amici i nemici”) per combattere l’indifferenza di fronte alla tragedia, evocata con potenti immagini di martirio: “croci sputate di sangue / e sogni impiccati sulla battigia”. Il “dolore che esige luce” consacra la via dei migranti-pellegrini. Non c’è, però, rassegnazione: c’è bisogno di studium – recita la quinta strofa – di amore, di mani protese, di risate di cuore. Ma la pietas non resta solo cosa umana, coinvolge la natura tutta (il silenzio, divinità oceanica terribile, chiede tributo per il dolore) e persino l’oltremondo (“non osi il diavolo chiamarsi fuori”): la compassione investe tutto il Creato e va al di là del Bene e del Male. Nell’ultima strofa l’altrove è doppio: innanzitutto quello dei naufragi, che è – anzi sarebbe stato – pace e rinascita dopo il lungo viaggio, a cui mancava solo un passo, un’onda, per essere concluso; poi l’altrove chi scrive e testimonia, il sogno di un mondo diverso, che sappia vedere e accogliere l’Altro, ora ridotto a “nido di fiati” sul fondo del mare.

Luca Chendi

Alcuni pensieri ci abitano come sintomi
necessari quanto basta per sentirli scorrere
sanno farsi lievi cose fragili
compromesse eppure
vive.
Custodi del nostro stesso regno
noi prigionieri felici di una voce
che non smette di chiedere ascolto
ci consegna a noi soli
le chiavi della sua libertà.

Così ogni verso si offre e si ritira
un varco aperto sulla vita.

Luca Chendi nasce nel 1995 a Bologna. Nel 2016 vince il Concorso Guido Zucchi. Nel 2018 vince il Concorso Peppe Renzi. Nel 2020 è finalista ai Concorsi Vita Alla Vita e Poeti Oggi. Nel 2024 è finalista al Premio Prato Poesia e per il Festival Internazionale di poesia di Cuba, è inserito nell’antologia poetica Palabras jóvenes de Italia – Giovani parole d’Italia.
Nel 2025 suoi inediti sono inseriti nel secondo Sfogliabile di Laboratori Poesia. Nel 2026 è selezionato per la seconda antologia di Macabor dedicata ai giovani poeti, in corso di pubblicazione.
Suoi inediti sono inseriti nel n°59 della rivista Poeti e Poesia a cura di Elio Pecora, sui siti Laboratoripoesia, La Repubblica, RaiPoesia, Poesiadelnostrotempo, Inverso – Giornale di Poesia, L’Altrove, PoetiOggi, CentroCulturalTinaModotti, la poesia e lo spirito, il posto delle parole, sui blog Taut, fabriziobregoli.com, BorderLiber e su Sette Corriere della Sera.
Suoi versi sono tradotti in inglese, francese e spagnolo.
Ter(r)apeutica (Lietocolle – Ronzani Editore, 2023, premio Alda Merini) è la sua opera prima.

Valentina Demuro

Credevamo si fosse aperta
di colpo un’altra porta
su un bianco addensarsi del tempo.
Uno spavento sottile resta
nei poveri senza visione d’altrove.
Tu sapevi che alla fine
sarebbe stato soltanto un gioco diverso
imparare ad attenderti lunghissime ore
per un breve lampo di coscienza
capire dal tuo pesco
nudo sulla soglia della casa
se è un tremore che adesso ci piega
oppure è soltanto il vento

Valentina Demuro (1987) è pugliese, attualmente vive e lavora a Bologna. I suoi testi sono stati pubblicati su diversi articoli e blog italiani e internazionali (tra cui Rai Poesia di Luigia Sorrentino, il Centro Cultural Tina Modotti di Antonio Nazzaro e La bottega della poesia – La Repubblica). Dal 2020 è editor per Alma Poesia (progetto sul linguaggio poetico fondato da Alessandra Corbetta) e cura la rubrica I fumetti di Alma in collaborazione con Lo Spazio Bianco. Da ottobre 2025 dirige la collana di poesia di Calamaro Editore. È curatrice diBarchette di carta (Calamaro Edizioni, 2024), antologia poetica a sostegno dei bambini palestinesi. Che i fichi nascano rossi (peQuod, 2024) è la sua ultima raccolta di poesie.

Elisa Nanini, Contare le pecore

Elenchi di pecore. Questa è stata l’origine della letteratura.
[…]
La letteratura nasce come una lista di cose, o come la volontà di scrivere ciò che si è perso.
J. Rodolfo Wilcock

Era vedere un filo
di lana, il fiume ghiacciato
e trovare un berretto
contro l’inverno,
sentire una giacca gigante
arrivare alle spalle
da spalle più larghe
cariche di vecchie divinità e freddo.

Era il ricamo di una coperta
come uno scudo greco
su chi si addormenta
fuori dal letto
mentre l’aria chiama in rassegna
le cose sotto la neve.
Era ripetere le parole
fino a imparare a contare
pecore bianche
che saltano il recinto,
una dietro l’altra
oltre il sogno, la notte.
Non lo capivo:
era l’attraversamento
da me alla rinuncia, da me
al fuoco
per non farci svanire
anche se sarebbe bastato
un solo soffio.

Elisa Nanini (Modena 1994) si è laureata in Lettere moderne presso l’Università di Bologna. È redattrice di «Laboratori Poesia», portale di Samuele Editore. Collabora e partecipa a diverse iniziative culturali e i suoi versi sono stati selezionati in concorsi e spazi letterari. Ha pubblicato la raccolta di poesie Cosa resta dei vetri (Corsiero Editore 2020) e ha curato l’antologia Il grido della Terra (Macabor Editore 2023). È stata inserita in progetti antologici, tra i quali Palabras jóvenes de Italia (Colección SurEditores 2024, trad. di Antonio Nazzaro), Orme di luce. Ricognizione della giovane poesia italiana (Macabor Editore 2025) di Silvano Trevisani e Corrispondenze. Proposte di interazione e scrittura poetica (Macabor Editore 2025) di Maria Benedetta Cerro. Coordina il laboratorio di scrittura creativa dell’Associazione Insieme a Noi.

Alfredo Panetta

Alfredo Panetta, ‘I Smirni a Cutrona*

Eu chi scrivu, singu nta cartatu
chi zzappi, zappa cchjiù forti
cu vola mbeci u staci suspisu
u ndi dici a sthrata ‘i Smirni a Cutrona.

Cu navica a vista sup’a Internet
nommu perdi temphu, u pubblica puru
e chjiama a munzeji amici e nimici
u ndi mosthra u caminu ‘i Smirni a Cutrona.

Cu mangia ora nta pethra ‘i siliciu
i cannarini mu stuta, u dassa u mangiari
si ndavi a sapiri, i chjiova nta lingua
qual esti u distinu ‘i Smirni a Cutrona.

Chistu è ‘n doluri chi siggi lùcia
nci sunnu cruci sputati ‘i sangu
e sònna mpiccati sup’a spiaggia
è sagra a via ‘i Smirni a Cutrona.

Cu staci sturiiandu m’arza u guardari
cu staci molandu mu stendi li mani
cu staci arridendu, m’u faci cu amuri
nc’è tantu bisognu a Smirni e a Cutrona.

Puru u ccittu si vaji sgulandu
du fundu du mari è tani du cori
nc’è u vacanti e l’immenzu, a paci
u rigori inta via ‘i Smirni a Cutrona.

Stavota no, nuju u s’assenta
esti a pietà chi ndi voca, l’orrori
i spaji ò muru, nu gruppu dintra
u si permettu u Diavulu u staci fora!

E manca nu passu, n’unda lentha
chi duna paci è nervi, ristoru
nc’è na folia ‘i hjiatu sutt’è pethruji
chi sutta tterraru i pellegrini ‘i Smirni.

(Da Smirne a Crotone

Io che scrivo, incido su carta
tu che zappi, zappa più forte
chi vola invece resti sospeso
a indicarci la strada da Smirne a Crotone.

Chi naviga a vista su Internet
non lesini il tempo: pubblichi, posti
chiami a raccolta gli amici i nemici
ci mostri il cammino da Smirne a Crotone.

Chi sta cenando sulla pietra ollare
spenga la gola, abbandoni la tavola
urge sapere, i chiodi alla lingua
qual è il destino da Smirne a Crotone.

Questo è un dolore che esige luce
ci sono croci sputate di sangue
e sogni impiccati sulla battigia
è sacra la via da Smirne a Crotone.

Chi sta studiando elevi lo sguardo
chi sta piallando protenda le mani
chi sta ridendo, lo faccia in amore
ce n’è bisogno a Smirne e a Crotone.

Anche il silenzio si sta sgolando
dal fondo del mare alle tane del cuore
c’è il vuoto e l’immenso, la quiete
il rigore sulla rotta da Smirne a Crotone.

Stavolta no, nessuno si assenti
è la pietà che ci chiama, è l’orrore
le spalle al muro, un groppo dentro
non osi il diavolo chiamarsi fuori.

E manca un passo, un’onda lenta
che dia la pace ai nervi, ristoro
c’è un nido d’aliti sotto il pietrisco
che han sotterrato i viandanti di Smirne.)

*La notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 a Steccato di Cutro (KR) naufraga un caicco che trasporta circa 170 migranti. Nel naufragio perdono la vita 95 persone, di cui 34 minori. Il natante proveniva da Smirne, in Turchia, era probabilmente diretto a Crotone.

Alfredo Panetta è nato nel 1962 a Locri (R.C.). Nel 1981 si trasferisce a Milano dove tuttora vive e lavora. Scrive nel dialetto calabrese reggino della Locride. Ha pubblicato 5 raccolte di poesia, tra le quali Petri ‘i limiti (Pietre di confine, Moretti& Vitali, 2005); Ponti sdarrupatu (Il crollo del ponte, Passigli 2021). Nel 2024 esce Canthu e Cuntracant (Canto e Controcanto, Puntoacapo editrice 2024), lavoro a quattro mani con Giovanna Sommariva sul tema dell’emigrazione. A ottobre 2025 l’ultima pubblicazione, sempre con Passigli: ‘Ndrangheta (Pref. A. Anedda, nota di Don L. Ciotti). Suoi testi sono contenuti in varie antologie: L’Italia a Pezzi, L’Almanacco della Poesia Raffaelli 2019, L’impoetico Mafioso, Il Grido della Terra ecc. Collabora con i  Blog di Angela Caccia e della Casa della Poesia al Trotter di Milano, dove ospita i più bravi poeti neodialettali contemporanei. Ha condotto laboratori di Poesia per bambini nelle scuole primarie di Lecco e Gallarate. È membro di varie giurie di concorsi letterari. Tra i premi vinti: Montale, Pascoli, Gozzano, Noventa-Pascutto, Lanciano, Nosside, San Domenichino e altri.

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Chi sono

Michele Ghiotti (1989) è nato a San Marino, dove insegna Lettere nella scuola secondaria di primo grado. Ha pubblicato la raccolta poetica Preistoria primavera (Italic Pequod, 2021), ammessa alla fase finale del Premio Tirinnanzi 2022. Suoi racconti sono apparsi su Crack, Carie, Retabloid e Blam. Il suo racconto Carne della mia carne, occhi dei miei occhi è stato finalista al Premio Calvino 2024.