Il ritmo della musica anni ‘80 rimbombava lungo la rampa delle scale per la gioia dei condomini che, con cadenza svizzera, ogni trenta minuti andavano a intimare di abbassare il volume. Giorgio apriva ogni volta la porta con un sorriso a trentadue denti, stentando a trattenersi dal ridere di fronte ai loro visi tesi dalla rabbia. Quel giorno compiva quarant’anni e aveva chiamato a festeggiare a casa tutti i colleghi d’ufficio. Per l’occasione aveva anche contattato un’agenzia di escort e aveva riempito il frigorifero di vino e birra. Nel vassoio, sopra il mobile a buffet, oltre a superalcolici, era presente anche una scatolina d’argento con della polverina bianca; qualcuno se ne stava seduto in un angolo avvolto da una coltre di fumo dolciastro, qualcun altro sembrava essere entrato a far parte dell’arredamento, dando segni di vita di tanto in tanto, al sollevarsi di un braccio per portare il bicchiere verso la bocca. Alcuni azzardavano goffi passi di danza, in un equilibrio precario dovuto all’alcol. Altri si avvinghiavano come serpi alle ragazze, che sfoderavano ampi sorrisi di circostanza scambiandosi, di tanto in tanto, sguardi di disgusto fra loro. Giorgio girava per la stanza allegro come non mai, chiedendo se tutto fosse a posto, se volevano altro vino, altra droga o se le ragazze andavano bene. Da nessuno aveva riscontro, ma lui era comunque felice.
Ogni giorno, in ufficio, Giorgio si ritrovava nel suo box senza avere contatti con i colleghi vicini. Le sole voci che prestavano ascolto alla sua erano quelle dei clienti, a cui cercava di vendere azioni. Spesso sentiva i colleghi ridere fra loro, allora usciva dalla sua tana per raggiungerli ma, quasi sempre, e nel giro di pochissimo, l’atmosfera giocosa si smorzava e ognuno tornava al proprio lavoro, incluso lui. Le prime volte che era successo era tornato mestamente alla sua postazione. Il suo essere calvo, paffutello, con ampi occhiali da vista, la voce leggermente stridula e l’atteggiamento un po’ goffo, lo rendevano scarsamente desiderabile dai colleghi.
Il ritmo di You spin me around dei Dead or alive stava riempiendo l’aria della festa, quando il polso di Giorgio percepì una vibrazione. Alzò allora la mano con il bicchiere di vino per guardare lo schermo dello smartwatch e capire chi lo stesse chiamando. “Clara, cazzo” pensò. Non era sicuro di volerla sentire. Era una vera amica, l’unica, ma troppo spesso lo criticava, invitandolo ad andarsene da quella città e da quel lavoro pieno di stronzi che si approfittavano della sua cortesia e disponibilità. Quella sera però non aveva voglia di ramanzine. Era anche vero che Clara per lui c’era sempre, e sentire una voce che lo ascoltava veramente gli faceva comunque piacere. Cercò con lo sguardo il lampeggiare del suo smartphone. Lo vide illuminare il volto di Sergio che se lo stava tenendo vicino al viso, mentre rideva mostrando la foto profilo di Clara a Paolo. Giorgio si sentì violato e, con un innaturale balzo, data la sua fisicità, piombò davanti a Sergio e gli strappò il telefono dalla mano, lasciandolo attonito. Si appartò vicino alla finestra dando le spalle agli invitati.
«Ciao Clara», rispose.
«Ciao Giorgio. Auguri caro. Ma cos’è questo rumore? Stai dando una festa? Non me ne avevi parlato».
«Sì, scusa, non te l’ho detto perché l’ho deciso all’ultimo. Sai che non mi piacciono queste cose… ma sono i miei quarant’anni e vengono una volta sola».
«Ma certo. Spero tu ti stia divertendo. Hai invitato i tuoi colleghi?»
«Umm… sì».
«Dai Giorgio vieni a divertirti con noi», disse una delle ragazze, sbucando da dietro le spalle mentre gli accarezzava la testa e sussurrando la frase in modo da farsi sentire da chi era al telefono. Giorgio rimase interdetto. Il volto gli divenne paonazzo. Si girò goffamente come se fosse stato scoperto a rubare in casa sua. La scena scatenò l’ilarità dei presenti.
«Ok. Sento che hai da fare. Ci sentiamo in un altro momento», disse Clara che riattaccò senza attendere risposta.
Giorgio osservava quei volti ridere ancora una volta di lui. Li passò tutti in rassegna. Quel ridacchiare, anche in modo sguaiato, era oramai diventato la colonna sonora del suo stare al centro della situazione. Si sentì ancora una volta ferito. Sfoggiò un enorme sorriso ed esclamò:
«Che palle sta qui. Mi tartassa ogni giorno perché vorrebbe che mi mettessi con lei, ma io mica sono scemo. Vorrebbe che andassi a vivere con lei a Biella. Biella, vi rendete conto? A fare che? Sto tanto bene qui a Milano con i miei colleghi e amici».
Per un istante calò nella stanza un silenzio imbarazzato, poi Fausto gli si avvicinò sorridendo e, mettendosi al suo fianco, cinse le sue spalle e, rivolgendosi ai presenti, sollevò il calice che teneva nella mano sinistra e disse:
«Bravo Giorgio. Cari amici e colleghi facciamo tutti un brindisi al nostro collega rubacuori. A Giorgio!»
«A Giorgio», gridarono tutti all’unisono alzando in aria i calici.
Preso dall’entusiasmo Giorgio invitò i presenti a fare un gioco. Furono vagliate diverse possibilità: il gioco della bottiglia, lo strip poker, Taboo, il karaoke, ma nessuna raccolse i favori della maggioranza.
«E se facessimo un bel quiz musicale?» propose Corrado, il responsabile delle vendite per il Veneto.
«Bello! Fico! Grande!» dissero in diversi.
«Buona idea. Però diamogli un po’ di pepe a questo gioco», incitò Fausto.
«Che cosa proponi?» chiese una voce nel gruppo.
«Facciamo una sfida a punti. A ogni risposta esatta uno beve una sambuca, così quelli bravi vengono un po’ penalizzati», rispose Fausto.
«Però, sambuca flambé!», controbatté Sergio.
«Fichissimo», commentò a voce alta Corrado che poi ammiccò verso Fausto e Sergio. Quasi tutti i colleghi d’ufficio sapevano della vasta conoscenza musicale di Giorgio. Non era appassionato di alcun genere e non lo si poteva definire un esperto di musica, ma aveva una notevole cultura generale, soprattutto legata agli anni ‘80, gli anni della sua post adolescenza. Conosceva nomi di gruppi che avevano fatto anche solo una canzone poi erano scomparsi dalla scena. Giorgio se ne vantava con i colleghi ogni volta che Radio Capital, quella che ascoltavano in ufficio, passava un brano dell’epoca. Aveva imparato, nei rari momenti in cui riusciva a fare una pausa caffè insieme a loro, che questa cosa portava l’attenzione di tutti su di lui. Capitava anche che, dall’interno del suo box, gridasse il nome del gruppo e il titolo del brano prima che lo dicesse il dj, ottenendo applausi remoti o apprezzamenti dai box vicini.
«Cos’è la sambuca flambé?», chiese Giorgio.
«Oh oh», esclamò sarcasticamente Fausto. «Il nostro Giorgio, pur essendo un gran viveur, non sa cos’è la sambuca flambé».
Giorgio chinò il capo e arrossì mentre Fausto lo stringeva a sé. «Rimediamo subito mio caro. Hai dei fiammiferi in casa?».
«Sì, sono nel cassetto del mobile dei liquori».
«Perfetto. Corrado passami la sambuca, un bicchierino e prendi pure i fiammiferi. Tu farai il fuochista!»
«Ok capo. È un onore per me», ribatté Corrado ridacchiando.
Fausto versò la sambuca nel bicchierino da grappa fino a colmarlo, poi se la versò direttamente nella bocca, inclinando il capo all’indietro ma senza deglutire. Giorgio lo osservava curioso. Quando Fausto alzò il pollice destro, Corrado accese il fiammifero e lo avvicinò alla bocca spalancata di Fausto. Nella stanza calò il silenzio. Improvvisamente una fiamma bluastra si sprigionò dalla bocca di Fausto che, pochi istanti dopo, deglutì il liquido infiammato e rialzò la testa guardando i presenti. Si scatenarono grida di tripudio generale. Giorgio era allibito e ammirato. Il pensiero di cosa potesse aspettarlo lo terrorizzò, ma l’idea lo attirava e il desiderio di conquistare l’attenzione dei presenti lo spinse a vincere le sue paure.
«Bene. Visto mio caro? Non è difficile. Sei Pronto?» chiese Fausto.
«Prontissimo», balbettò Giorgio.
«Ottimo. Chi vuole sfidare il nostro campione?» chiese Fausto.
Si proposero: Andrea, dell’area vendite per il Piemonte, un giovane appena ventenne; Maurizio, un trentenne dell’area vendite per la Liguria, e Lucio il fattorino quasi coetaneo di Giorgio.
«Ok, facciamo così. Collego l’audio del telefono allo stereo così sentite tutti. Io e Corrado cerchiamo su Internet o su YouTube delle canzoni per genere e ve le facciamo ascoltare. Chi riconosce il brano deve alzare la mano e dire titolo e artista. Giovanni si occuperà di preparare la sambuca e Corrado farà il fuochista», spiegò Fausto.
Giorgio a quel punto si sentiva carichissimo.
«Pronti? Giovanni fai partire il primo brano», ordinò Fausto.
Partirono rumori di auto in una città, il suono di un dispositivo che si accende e poi quello di un pianoforte.
Giorgio strizzò gli occhi nel tentativo di riconoscere quella canzone e scrutò gli altri, quasi a voler frugare nelle loro menti per trovare un suggerimento. Parevano tutti disorientati.
«Ce l’ho!» gridò Andrea con gli occhi sbarrati e il viso illuminato dalla soddisfazione. «É Bottiglie Privè di Sfera Ebbasta».
«Un punto per Andrea», sancì Giovanni seguito da grida e applausi.
Fausto riempì il bicchierino di sambuca e fece piegare all’indietro la testa di Andrea.
“Ora te la verso. Tu tienila in bocca e non deglutire, ok?”
“Ok”, rispose il ragazzo, nervoso ma divertito. La sambuca del bicchiere finì tutta nella sua bocca.
“Fuochista ci sei?” incalzò Fausto.
Corrado si avvicinò col fiammifero acceso. I presenti cominciarono a gridare in coro “Oooooooooooh” e a muovere le mani come se vibrassero. Giorgio aveva gli occhi sgranati e osservava con sguardo divertito e ansioso. Quando il fiammifero fu quasi interamente nella bocca di Andrea, si sprigionò una fiamma blu improvvisa. Il giovane fu colto di sorpresa e tentò di deglutire, ma lo spavento gli fece andare di traverso il liquido infiammato che sputò immediatamente a terra. Il ragazzo tossì ripetutamente nel silenzio più totale. Dopo pochi istanti il ritmo sincopato della tosse si confuse con quello di una grassa risata che portò Andrea a lacrimare. Intorno tutti erano divertiti. La risata di Giorgio fu però più sommessa e fatta quasi per dovere di partecipazione. Sapeva di non reggere l’alcool. Quella pratica andava oltre e temeva di fare brutta figura.
Il brano seguente cominciò con il riff di una tastiera e fu immediatamente riconosciuto da Maurizio come As it was di Harry Styles. Maurizio affrontò la prova sambuca flambé con disinvoltura, alzando le braccia al cielo nello stupore generale. Su Flowers di Miley Cyrus il più rapido fu ancora una volta Andrea, mentre Ilomilo di Billie Elish fu indovinata da Maurizio. Giorgio e Lucio si guardavano mestamente perché si sentivano un po’ tagliati fuori, finché Giovanni non propose La verità di Brunori Sas e, a quel punto, scattò Lucio applaudito dai presenti. Si apprestò alla prova della sambuca flambé con spavalderia e superò l’esame brillantemente, facendo seguire la deglutizione dell’alcol da un urlo liberatorio animalesco, battendosi il petto con i pugni e scatenando una gran risata dei colleghi.
Giorgio, stringeva ritmicamente i pugni e stirava le labbra a tempo, quasi a forzare un sorriso di circostanza. A quel punto Giovanni e Fausto si scambiarono un’occhiata fugace seguita da un ammiccamento. La canzone successiva partì con un assolo di piano. I volti degli sfidanti si scrutarono interrogativi, mentre quello di Giorgio si illuminò. Alzò il braccio al cielo come il secchione della prima fila che risponde sempre alle domande dell’insegnante.
“The way it is di Bruce Hornsby and the range uscita nel 1986 ed estratta dall’album omonimo della band”, rispose convinto.
“Risposta esatta!” confermò Giovanni. Il pubblico si alzò in piedi ad applaudire e a Giorgio mancava solo la ruota per essere un pavone.
“Sei pronto caro il nostro esperto musicale?”, chiese Fausto reggendo la bottiglia di sambuca con una mano e, con l’altra, un bicchierino già pieno di liquore.
“Sono nato pronto”, rispose Giorgio ostentando una malcelata sicurezza. Poi si mise in ginocchio a terra e gettò indietro la testa spalancando la bocca come un pellicano pronto a ingoiare un pesce intero. La posa comica e goffa scatenò una risata generale, presto sedata dalle movenze subdolamente lente di Fausto che, prima di versare il liquido infiammabile nella bocca di Giorgio, gli si mise sopra, a vista, mostrandogli un sorriso beffardo che per un istante lo fece trasalire.
“Sei pronto boss? Mi raccomando trattieni e non deglutire”.
“Vai”, gli ordinò Giorgio.
Fausto rovesciò il bicchierino stracolmo nella bocca. Giorgio ebbe un lieve sussulto non appena il liquido alcolico fu in contatto con le sue mucose, stuzzicandole. Con la coda dell’occhio osservò il bagliore del fiammifero acceso da Corrado che piano piano gli si avvicinava, spostandosi dal fianco sulla sua faccia. Quando il fiammifero si trovò quasi vicino alle labbra, una fiamma eruttò dalla bocca di Giorgio che indietreggiò col capo quasi a volersene staccare e per poco non cadde all’indietro. Si sorresse con la mano destra. La paura dello scherno vinse su quella della fiamma cosi deglutì con decisione. Sentì la gola irritarsi mentre il liquido caldo scendeva. Accennò un colpo di tosse che prolungò con una sorta di espirazione asmatica. Si scatenarono grida di tripudio, applausi e fischi di compiacimento. Ancora frastornato Giorgio si rizzò in piedi barcollando e, con i pugni, cominciò a sferzare colpi al ventre di un avversario immaginario, finendo per esultare a braccia alzate. Si guardava intorno e vedeva sorrisi, tanti sorrisi, solo per lui; gli sembravano sinceri.
Fausto, Giovanni e Corrado ridacchiavano e continuavano a scambiarsi sguardi.
Il brano successivo iniziò con un riff di chitarra elettrica molto conosciuto, anche dai più giovani, che scatenò una spasmodica ricerca nella memoria dei concorrenti. Alcuni cominciarono ad agitarsi, quasi il movimento del corpo potesse aiutarli a incanalare i pensieri. Giorgio attese pochi istanti poi alzò prontamente il braccio destro con sguardo serafico e soddisfatto.
“Rain dei The Cult, anno 1985”, disse chiudendo la frase con un ampio sorriso spocchioso.
“Risposta esatta! Un grande applauso per il nostro Giorgio”, disse Fausto. Ne seguirono grida entusiaste del pubblico e gesti di disappunto degli altri partecipanti.
Questa volta Giorgio affrontò la sambuca flambé con più disinvoltura, ostentando la sicurezza di chi è esperto di certe cose e, in effetti, superò la prova brillantemente senza alcuna esitazione, davanti ai volti stupiti e divertiti dei presenti, inclusi i conduttori del gioco.
Fausto e Giovanni da quel momento iniziarono a ridurre le canzoni moderne, andando soprattutto su quelle anni ’80, per vedere le reazioni del padrone di casa.
Giorgio, a ogni risposta esatta dei colleghi, mostrava un sorriso tirato e attendeva impaziente, come se, ad ogni nuova domanda, dovesse fare uno scatto da centometrista. L’incitamento dei presenti si fece sempre più forte. Ogni risposta giusta di Giorgio veniva festeggiata da un generale “bravo”, la successiva bevuta da un lungo “ooooooh”, seguito dal battito dei piedi sul pavimento, fino all’inghiottimento del liquore, finendo il tutto con un “olè”.
Dopo quasi un’ora di gioco, Giorgio, già al decimo shortino, iniziò ad avvertire un forte ronzio alla testa. L’equilibrio cominciava a diventare precario e i riflessi a rallentare. L’alzata del braccio per prenotare la risposta si faceva a mano a mano più lenta e le parole uscivano sempre più biascicate dalla bocca impastata. Il pubblico era divertito.
Le ragazze si erano appartate e osservavano la scena con sguardi preoccupati. Giorgio, annebbiato dai fumi dell’alcol, udiva le risate intorno assumere una connotazione sempre più goliardica, ma essere protagonista gli piaceva.
I tempi fra una domanda e l’altra si erano dilatati a causa della difficoltà dei partecipanti nel rispondere con lucidità.
Giovanni propose una successione di canzoni più attuali che portò Andrea a raggiungere Giorgio per numero di brani indovinati, mettendolo così nella condizione di essere quasi incapace di reggersi in piedi. A quel punto Andrea si piegò sulle gambe e chiese di potersi sedere. Sentito il parere favorevole del pubblico, Fausto lo aiutò a mettersi su una sedia.
“Abbiamo due concorrenti con lo stesso punteggio. Direi di fare l’ultima e chi vince sarà il vincitore definitivo della gara. Che ne dite?” propose ancora una volta Fausto.
Il pubblico, un po’ stanco ma ancora divertito, accolse favorevolmente. I due contendenti, Giorgio e Andrea, faticavano a parlare, così si limitarono a un cenno col capo che sembrava più un inizio di cedimento al sonno che un annuire.
L’ultimo brano iniziò con il riff di uno xilofono. Andrea tentò di capire ma per lui quel motivo era assolutamente sconosciuto. A qualcuno dei presenti ricordava qualcosa, ma senza sapere esattamente di cosa si trattasse. Giorgio riconobbe la melodia, ma i fumi dell’alcool avevano rallentato le sue facoltà e il passaggio delle informazioni nel suo cervello.
You walked into the room
I just had to laugh
The face you wore was cool
Sentendo le strofe, Giorgio scattò in piedi inaspettatamente con il braccio alzato. Barcollò ma, reggendosi al bracciolo della poltrona, evitò di cadere.
“Change dei Tears for fears, anno 1983”, urlò.
“Signore e signori abbiamo il campione”, annunciò con enfasi Giovanni.
Il pubblico gridò e fischiò osannando Giorgio che si guardò intorno soddisfatto quasi perdendo l’equilibrio.
“Ora l’ultima bevuta per celebrare il campione”, proclamò soddisfatto Fausto, mentre raggiungeva Giorgio con la bottiglia di sambuca. Quando Corrado si avvicinò con il fiammifero acceso, Giorgio improvvisamente strappò la bottiglia di mano a Fausto e il fiammifero a Corrado.
“Voglio fare da solo”, biascicò.
“Uuuuuuh”, rumoreggiò il pubblico a sottolineare lo sguardo curioso e divertito dei due artefici del gioco.
Giorgio si gettò la sambuca in bocca facendola tracimare. Fu quasi sul punto di soffocare. La sputò in aria inondando se stesso e oltre con il liquido quasi vaporizzato. Quando il fiammifero si fece sentire sulla punta delle dita che lo reggevano, lo gettò a terra e prontamente fu spento da una pedata di Corrado. “Dai facciamo basta”, disse quest’ultimo mosso da compassione.
“No, l’ultimo, giuro”, chiese Giorgio trascinando le parole. “Giuro”, ripeté.
Era calato uno strano silenzio. I tre promotori del gioco si guardarono un po’ straniti ma incuriositi.
“Accendilo”, ordinò Giorgio con spavalderia inaspettata.
Corrado accese il fiammifero. Giorgio lo prese e ruotò la bottiglia di sambuca in verticale sopra di sé. Solo una minima parte finì in bocca, il resto impregnò i suoi vestiti e la sedia. Ci fu una sorta di profondo sospiro di tutti i presenti. Fausto capì la pericolosità della situazione ma, prima che potesse agire, il fiammifero era già scivolato dalle dita di Giorgio ed era finito sulla sua camicia. La fiamma divampò veloce e avvolse il corpo dell’uomo. La stanza fu illuminata da un bagliore tremolante che si rifletté negli occhi sbarrati dei presenti. Lo sguardo penetrante e diabolico di Giorgio emergeva dalle fiamme che lo avvolgevano, accompagnato da un ghigno sinistro che rivolse a tutti i presenti.
Le ragazze, che avevano assistito al quel gioco stando in disparte, cominciarono a gridare. Avevano osservato per tutta la serata Giorgio con compassione. Le aveva pagate per essere lì, sì, ma ciò che stava accadendo durante quella festa appariva come qualcosa che il denaro non poteva giustificare. Un uomo, quando faceva sesso con loro, si metteva a nudo, non solo fisicamente, ma aprendo una porta verso la propria intimità. Con l’esperienza avevano imparato a “leggere” i maschi attraverso le loro posture, dai loro sguardi, sorrisi, ammiccamenti, toni di voce, e a comprendere chi fossero e cosa volessero. I più duri e perversi a letto erano quelli che celavano insicurezze e dolori profondi e la loro rivalsa era la dominazione nella sessualità. Rivalsa che spesso cercavano anche nel quotidiano dove, assumendo atteggiamenti di prepotenza, più o meno subdola, si sentivano importanti e, soprattutto, non inferiori agli altri.
Le escort videro nei tre mattatori della serata quelle stesse dinamiche che già conoscevano e osservavano le scene che accadevano intorno a loro con disgusto e apprensione crescente. Temevano che il gioco prendesse una brutta piega. Il momento il cui Giorgio si incendiò come una torcia fu per loro tanto inaspettato quanto sconvolgente.
“Una coperta presto, una coperta cazzo!” gridò Fausto.
Quando il dolore superò l’anestetico dell’alcool, Giorgio cambiò bruscamente espressione. Il viso si stravolse in una smorfia di strazio e dalla bocca uscì un grido simile a un sibilo. In preda alle fiamme, scattò immediatamente in piedi con una lucidità irreale per la sua condizione e, poco prima che Fausto lo potesse raggiungere per avvolgerlo con un soprabito, Giorgio si lanciò verso la finestra semichiusa. Le ante si aprirono ad accoglierlo verso il suo primo volo. Strilli, imprecazioni, il tumulto del panico, accompagnarono la fuga dei presenti da quella scena. Fausto lasciò cadere a terra il soprabito e teneva la bocca aperta come se un peso enorme pendesse dal suo mento. Si sporse dalla finestra e guardò giù. Trattenne un conato allontanandosi. Si voltò verso l’interno della stanza e vide le ultime ombre che scomparivano verso l’uscio di casa.
Prese lo smartphone e chiamò i soccorsi, illuminato dalla luce frastagliata della sedia che continuava il suo spettacolo pirico, senza più il suo proprietario.
Un fattorino la stava posando a terra cercando di non sporcarsi. Il suo volto esprimeva disgusto mentre la testa faceva brevi oscillazioni da destra a sinistra e viceversa, in una sorta di disapprovazione continuata. Lei ancora fumava. Dalla parte inferiore della seduta le pendeva un lembo di pelle sintetica, raggrinzita e nera. Dalle imbottiture bruciacchiate invece sbucava la spugna annerita ma non del tutto arsa dal fuoco. Il fattorino la lasciò cadere di peso a pochi centimetri dal marciapiede imprecando e si allontanò strofinando il giubbotto rifrangente lordato di nero fumo. Il tonfo sordo richiamò l’attenzione di un poliziotto intento a interrogare uno dei presenti. L’urto provocò, sotto la sedia, una piccola nevicata di fuliggine scura che si adagiò dolcemente sul selciato.
Il sole cominciava a colorare la città e lei, da sagoma scura e uniforme, cominciò a mostrare qualche riflesso rossastro del tessuto che ne ricopriva schienale e seduta. Il rivolo di fumo bianco che esalava divenne sempre più celeste all’aumentare del chiarore mattutino. A guardarla sembrava fiera e ancora in grado di sorreggere, nonostante lo strazio subìto.
Bio
Ettore Mularoni è nato a San Marino, dove vive e lavora come insegnante. È un ingegnere, ma ha sempre amato e preferito le materie umanistiche. Non chiedetegli come sia finito a studiare all’ITIS e poi a fare Ingegneria all’Università. Ha iniziato a frequentare corsi di scrittura dove ha capito che scrivere è complicatissimo e che il suo taglio ideale è quello del racconto, meglio ancora se breve. In tutto ciò che scrive c’è lui, non solo come autore, ma come persona nel bene e nel male.

In copertina: Vivian Maier, 0120547- New York, NY July 23, 1954 Burnt Chair.






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