«Coincidere col niente» – Intervista a Dario Talarico

Cos’è (e cosa non è) per te la poesia? Che definizione – se una definizione può esserci – ne daresti?

Per quanto mi riguarda la scrittura è stata molte cose, forse principalmente un pensiero ossessivo. Un processo, un qualcosa di mai-dato e mai-finito, uno sforzo a chiarire e a ripulire, a dimenticare, a ricominciare per rifallire. Ma la poesia è solo una delle manifestazioni del nostro essere uomini al mondo, quindi in sé non è assolutamente niente. È l’essere umano che la genera a dargli un significato e, pirandellianamente, colui che la accoglie ad attribuirgli invece il suo, se lo vuole. Affermazioni iperboliche come “la poesia salverà il mondo”, o universalizzanti come “nessuno dovrebbe vivere senza poesia” le trovo ingenue, se non preoccupanti, perché snaturano la gratuità del gesto e la rarità dell’incontro, l’intrinseca e talvolta meravigliosa vanità della poesia. La poesia non ha mai salvato nessuno, ma qualcuno può essersi salvato grazie alla poesia: c’è una differenza abissale.

    Quali sono i tuoi autori e le tue autrici di riferimento? Ci sono poeti e poetesse che consideri tuoi maestri e tue maestre?

    Limitandomi al solo discorso filosofico-letterario non posso non citare Wittgenstein, Cioran, Schopenhauer, Nietzsche, Leopardi, Parmenide, Pirandello, Le Bon, Bene, Thoreau, Kraus, Heidegger, Orazio, Girard, Pascal, Kierkegaard, Plotino, Ekchart, Baudrillard e chissà quanti altri. Ma anche le Upanishad, il Qoelet e diversi mistici delle filosofie orientali. Considerando che il Leopardi prima citato è senz’altro più riferito alla sua sterminata produzione in prosa, di maestri veri e propri in poesia, eccezione fatta per Silesius e forse Pessoa o l’Eliot dei Four quartets, non credo di averne. Ne ho amati tanti, ovviamente, ma nessuno che – almeno a livello consapevole – sia penetrato con prepotenza sottopelle e di rimando, quindi, anche nel tessuto della mia scrittura.

    Fra i poeti e le poetesse contemporanei italiani e stranieri quali trovi più interessanti?

    Considerato l’attuale mondo poetico italiano, è difficile purtroppo rispondere a questa domanda senza correre il rischio di scadere nella tifoseria, o peggio nella politica. Evitando quindi tutti gli autori che conosco, direi Ivano Ferrari, Patrizia Valduga e qualcosa di Umberto Fiori. Per quanto riguarda gli autori stranieri ho apprezzato moltissimo Charles Wright e, tornando indietro di qualche anno, Ritsos e Lalić.

    Come abita/dovrebbe abitare la poesia il metaverso?

    Non saprei dare raccomandazioni, è una vicenda molto complessa. La poesia non è mai stata per tutti, indipendentemente dal medium impiegato, ma forse la tentazione dell’autorappresentazione – motivata anche da un disincanto, spesso dovuto, nei confronti dei canali e delle figure prima incaricati a farlo – è stata troppo forte. Negli ultimi quindici anni, molta poesia si è gettata a capofitto nel web e con particolare vigore nel mondo dei social media. Questo ha fatto sì che da un lato perdessero influenza quei luoghi, fisici o non, fin lì deputati a parlarne – e al contempo quindi ad attestarne il valore in modalità più o meno opinabili – e dall’altro ha donato un potere inedito agli stessi autori e alla poesia, privandoli tuttavia entrambi della credibilità. Penso che sia una questione di esposizione, di misura: lo abbiamo visto accadere nella sessualità, nella politica, nel divismo cinematografico e nello specifico ora anche nella poesia. L’esposizione – dopo un primo momento di bulimia – si rivela quasi sempre corrosiva. La pornografia ha ucciso il desiderio, le sue ragioni e la sua autenticità, così come la politica ha perso credibilità nel momento esatto in cui i leader hanno iniziato a mostrarsi, a rendersi quotidiani, tangibili e pertanto fallibili. I divi del cinema sono scomparsi quando sono stati sostituiti da attori via via più inclini a rendersi raggiungibili, perdendo così quella carica misterica e sacrale che li aveva resi prima divini, appunto, dunque inarrivabili, inumani. Forse, in maniera analoga, la spogliazione seriale della poesia – e dei poeti (non di rado letterale) – ha giocato un ruolo simile; l’all you can eat poetico ha reso la poesia un prodotto usa-e-getta capace di saturare ogni stomaco e di superarne la domanda. L’esposizione continua dei suoi volti e delle sue parole è diventata un anestetico contro la sua stessa capacità di dire e contro la sua stessa credibilità nel farlo. Non significa però che la poesia sia morta, come molti affermano. Più probabilmente la poesia ha cambiato le proprie regole, entrando nella dimensione di una poesia senza il desiderio di se stessa, ma a se stessa necessaria: si cannibalizza, uccidendosi, e si cannibalizza, nutrendosi quel tanto, per sopravvivere e continuare a masticarsi. È una digestione a dir poco disfunzionale, ma a modo suo – e al di là di ogni giudizio etico – efficace.

    Già dal titolo della tua ultima raccolta – Autopsia (reiterata). Poema logico-filosofico – appare chiaramente come la tua poesia vada, leopardianamente, di pari passo alla filosofia. I tuoi testi non si sottraggono al confronto con Lucrezio, Nietzsche, Wittgenstein e Heidegger. Come si muove il tuo pensiero poetante? Che rapporto corre tra filosofia e parola? 

    Ha un’andatura sbilenca, fatta di intuizioni e di ossessive lentezze alla ricerca del termine più pertinente. Si muove dall’analisi, dalla critica, dalla terra su cui poggiamo i nostri piedi. Da un’autolettura il più delle volte, che spesso richiede spietatezza, resistere alla parola lusinghiera se necessario, facendo solo attenzione a che questo pensiero una volta pronunciato possa – portato fino alle sue estreme conseguenze – poi ritornare a casa, a terra.

    Tra filosofia e parola, invece, non credo che possa esistere un rapporto vero e proprio, perché l’una non è scindibile dall’altra. È il logos, laicamente, a rappresentare per noi al contempo parola e pensiero, parola e ragione, parola e logica. Senza la prima non potrebbe amalgamarsi la seconda, e senza la seconda la prima non significherebbe. Anche filosofia e poesia in origine erano un’unica cosa, e fino a un dato momento della filosofia greca i libri dei filosofi non a caso erano in versi, come i libri sacri del resto. Ora sembra quasi scandaloso il solo pronunciare questi due termini insieme nella stessa frase. La nostra è divenuta nei secoli una cultura della frammentazione, anche se preferiamo definirla specializzazione.

    La tua poesia ha spesso un tono sapienziale, evangelico, gibraniano. È ancora possibile oggi una saggezza del poeta?

    Credo di sì, anche se con diverse accortezze per tentare di smarcare l’inciampo del manuale di autoconforto. Altra questione è se può avere un’eco, una collocazione, una ricezione. Ma non credo che un poeta debba fare queste riflessioni. Le energie, il tempo e le occasioni sono sempre più limitati, le distrazioni più che sufficienti: è già molto complicato lavorare se stessi e le parole, gli sbocchi eventuali della propria produzione non possono riguardare chi ha intenzione di cimentarsi visceralmente nella scrittura. Ciò tuttavia non significa che un poeta non debba essere responsabile di ciò che scrive, anzi.

    In Autopsia (reiterata) scrivi che amare significa rinunciare a denominare il mondo. Che ruolo assume allora il poeta, che è solito “dare i nomi alle cose”?

    Il poeta è un paradosso, è il grande blasfemo della parola. È un fallito innamorato del suo fallire, ma è tutt’altro che una creatura soprannaturale: è la microscopica e remota parte di un ecosistema che richiede il suo stesso apparente cortocircuito per vivere. Se non suonasse fastidiosamente altisonante, direi che il poeta è come i virus, o una calamità naturale – di cui, però, quasi nessuno si accorge.

    In quello che giustamente hai definito un poema logico-filosofico scrivi: «Non puoi abitare il pensiero. / Nessun nutrimento viene dall’alto. / Nessuna radice precipita dal cielo». Che ruolo ha quindi il Logos? E, a questo punto, che ruolo ha il paradosso?

    La terra è il nostro inevitabile punto di partenza e, a prescindere dai tentativi, anche l’inevitabile punto di arrivo. Resistendo a ogni tentazione escatologica, il logos si muove nel mezzo – con somma indifferenza della Terra – dalla terra muove il primo passo e sulla terra deve riatterrare: non può pensare l’impensabile, non può creare; può scoprire però, dissotterrare, ed è già così un bel da fare.

    Il paradosso è il principio fondativo delle cose, il cortocircuito di cui scrivevo prima. È interessante a tal riguardo osservare come le diverse religioni, nonché la mitologia, siano tanto longeve quanto inequivocabilmente fondate su paradossi e contraddizioni, quasi fosse proprio questa stessa forma a garantire loro una linfa interpretativa pressoché inesauribile. Allo stesso tempo, ma su una retta parallela, il principio di non contraddizione aristotelico ha stigmatizzato per noi – e sotto diversi punti di vista molto comprensibilmente – tutto ciò che avrebbe impedito alla nascente logica di far attecchire il suo sistema su una base sicura. Tuttavia, ciò non significa che la contraddizione non contenesse in sé una verità profonda, quanto piuttosto che comprendesse una verità indomabile, vasta e difficile da sistematizzare, da accettare. Credo però che sia una lettura dualistica, una questione di distanza dell’osservatore, quella di vedere gli opposti come opposti e non come un unico coagulo: l’affermazione e la negazione non sono i poli di un discorso, sono il discorso; la vita e la morte non combattono una guerra eterna, sono la condizione dell’esistenza. Suono e silenzio solo se si fondono creano quella cosa chiamata musica.

    «Vivere – / è coincidere col niente»: nichilismo o ricerca di moksha?

    Nichilismo ha un’accezione ormai dispregiativa nella nostra cultura, che poco o nulla mantiene delle ragioni alle sue origini. Vorrei poter rispondere una fusione fra le due, ma non ho fede per appropriarmi lecitamente del concetto di moksha. Che ben venga allora il nichilismo, a patto che non sia inteso come un disfattismo di maniera, ma come un lucido passo indietro, una detronizzazione, un ridimensionamento necessari e capaci di farci riscoprire, dalla giusta posizione, questo mondo complesso e mai del tutto penetrabile in cui nessuno di noi ha scelto di nascere, eppure vive.

    In un’epoca di onnipresente autonarrazione di sé (digitale e letteraria) tu ricorri invece all’autopsia, all’osservazione di sé, all’autoanalisi, quasi come se la tua opera fosse una serie di Lettere a Lucilio indirizzate contemporaneamente a te stesso e al lettore… Quanto è importante per un poeta parlare di sé? In che modo è possibile/fruttuoso farlo?

    Ogni poeta parla di sé, anche se non lo fa. Se non è la sua vita è comunque il suo punto di vista, se non è il suo ego è il suo stile, la sua poetica. Tutto fra le pagine dei poeti trasuda io, qualunque cosa io significhi. Sono domande alle quali non so rispondere però: il quanto e il come non saprei dirli – né vorrei – ma confesso che, più dell’io, a impensierirmi oggi sono l’antropocentrismo e le ultime derive del linguaggio cosiddetto inclusivo, con il relativo asservimento del mondo intellettuale. Quella dell’io è una questione molto discussa solo dagli stessi autori oggi nel panorama poetico. Esistono delle modalità canonicamente accettabili e altre meno. Il canone letterario ha un nome altisonante, granitico, ma non credo sia tanto dissimile dalla moda e dalle sue dinamiche di per sé effimere e arbitrarie. Tuttavia, se la moda corre all’impazzata, la poesia ha deciso di correre sul tapis roulant: che ci piaccia o meno, la prima ha infatti capito che in questo mondo odierno è la novità – presunta o reale – a sparigliare le carte, a possedere il vero potere taumaturgico di seppellire e ri-sedurre; la poesia ha ripreso dalla vincente moda solo l’iperproduzione, dimenticando la novità e, anzi, fabbricando dalla metà del secolo scorso in poi, dogmi e relativi nomi di intoccabili. Ha preferito trincerarsi in un’infinità di abiti di cera, leggendosi da sola, nella speranza che, prima o poi, suoni di nuovo l’ora esatta da almeno uno dei suoi orologi rotti. Né si può non notare che questo dibattito si sia acceso in maniera inversamente proporzionale all’egemonia del social. Di nuovo una scollatura: ai poeti che vivono abitando i social media più o meno narcisisticamente – e le cui capacità letterarie sono spesso confuse, se non direttamente misurate, con la capacità di frequentare e penetrare queste stesse piattaforme – viene richiesta una scrittura contemporanea, ma dalla quale l’io sia il più avulso possibile, ovvero una scrittura contemporanea che non rifletta il contemporaneo. Come può un autore scrivere diversamente dalla vita che fa, partorire parole differenti dal mondo al quale aderisce? Forse sarebbe meglio svestire la corona d’alloro ormai rinsecchita e sperare in un poeta capace di raccontare questa nuova dimensione, e di farlo in maniera esemplare, narcisismo incluso.

    In molti tuoi testi c’è una specie di richiamo al medèn ágan, ovvero un ammonimento contro l’hỳbris poetica ed esistenziale. Una posizione coraggiosa in questi tempi smisurati. Quanto è importante la misura, anche dal punto di vista stilistico, nella tua scrittura?

    Lo è diventata nel corso degli anni, ogni anno di più. Anche qui, in barba ai giovanilismi, è una questione di aderenza: la misura ha una sua età e la forma non può parlare una lingua altra da quella della sua sostanza. Ma sono tempi smisurati come dici, ed è vero da un polo all’altro. Permettimi una breve divagazione in merito all’età: dirigo, insieme ad Alessia Bronico e Alessandra Corbetta, una collana di esordi poetici. Non farò il nome perché non è uno spot pubblicitario, occorre soltanto farne cenno per offrire un contesto. Quando ho iniziato, mi aspettavo di leggere molti giovani poeti, magari grezzi, acerbi, ancora alla ricerca, ma con un’energia dirompente, una voglia incendiaria, anzi rivoluzionaria. Sono tutte componenti della giovinezza, almeno così come l’ho conosciuta. Mi sono invece stupito nel ricevere una mole di testi misuratissima, perfettamente addomesticata, perfettamente conforme a ciò che ci si aspetterebbe da un poeta fatto e finito, perfettamente prona ai diktat di non so chi. Le eccezioni ci sono, per fortuna, ma ciò non toglie una preoccupazione dovuta alla statistica di questi numeri: quella che vede una maggioranza di giovani e diligenti poeti, a volte schiettamente epigoni, che mestamente si incammina dove l’erba è già appiattita da altri passi, senza rabbia né ricerca, senza voglia di sovvertire niente, senza meraviglia. È un qualcosa che fa riflettere il fatto che molti giovani esordienti sembrino preoccuparsi più di essere mimetici e quindi socialpoeticamente accettabili, piuttosto che tentare la via di una scrittura identitaria. Ciò però rende impossibile ogni nietzschiano processo di nichilismo attivo: senza distruzione, questa cosa che chiamiamo poesia smetterà di morire per rinascere – di evolvere direbbe Darwin – condannandosi così a invecchiare su se stessa nel mausoleo che si è costruita in vita.

    Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

    Ho un libricino al quale sto lavorando da cinque anni ormai. Scrivo poco, a fatica e sempre più malvolentieri.

    2 risposte a “«Coincidere col niente» – Intervista a Dario Talarico”

    1. Avatar Mauro Ferrari

      Bellissima intervista; complimenti a Michele Ghiotti – che non conosco, ma che ha saputo coinvolgere il grande Dario Talarico in un dialogo fittissimo e coerente sulla poesia: la sua, ma anche quella che tutti noi stiamo cercando di scrivere in un contesto che qui emerge benissimo.

      Dario è una voce appartata ma importantissima del panorama odierno, e al di fuori di ogni canone: il contenuto filosofico del suo lavoro è di prima grandezza. In un contesto, come detto, che punta invece alle poesiole domenicali e prive di artigli.

      Mauro Ferrari

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      1. Avatar michele ghiotti

        Grazie di cuore dell’apprezzamento. E grazie a Dario della generosa e sostanziosa intervista.

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    Chi sono

    Michele Ghiotti (1989) è nato a San Marino, dove insegna Lettere nella scuola secondaria di primo grado. Ha pubblicato la raccolta poetica Preistoria primavera (Italic Pequod, 2021), ammessa alla fase finale del Premio Tirinnanzi 2022. Suoi racconti sono apparsi su Crack, Carie, Retabloid e Blam. Il suo racconto Carne della mia carne, occhi dei miei occhi è stato finalista al Premio Calvino 2024.