“Ricambi” di Elisabetta Tocchetti

Quella del letto in fondo al reparto ha russato tutta la notte. Qualcuna si è lamentata a voce alta, ho sentito la mia vicina di letto fare versi strani, tipo il richiamo per i gatti, secondo lei funziona. Almeno, dice che funzionava nella Sezione H dell’allevamento, quella da dove arriva lei. Con la tizia che russava là in fondo, però, non è servito a niente.

Quando non riesco a dormire divento nervosa, e mi viene fame. Alle sei, quando sono passati con il carrello delle colazioni, sognavo di trovare sul mio vassoio qualcosa di decente, ma c’era la solita tazza di tè tiepido con le due fette biscottate sbriciolate e una mela piena di grinze. Tocca mangiarla così, tra l’altro, non si può nemmeno sbucciare perché i coltelli non ce li danno, nemmeno quelli di plastica. Sia mai che li usiamo per accoltellare gli infermieri quando vengono a cambiare le flebo.

Sono passati già sette giorni e ancora non so quale sarà la mia estrazione. Le chiamano così, “estrazioni”, termine neutro, può voler dire qualsiasi cosa. Credono che serva a rendere le cose meno traumatiche, un po’ più accettabili. Non serve a niente, sappiamo tutte che di accettabile non c’è proprio un cazzo.

Questo è un reparto di ventiquattro letti, dodici per ogni lato, e finora ho sempre visto tornare tutte le occupanti. Chissà, magari è un buon segno, forse mettono insieme tutte quelle destinate a tornare, e quelle che non tornano hanno un reparto tutto per loro. Oppure no, è stata solo una coincidenza, vai a saperlo. Vengono a prelevarci la mattina, molto presto, c’è chi va solo a fare le analisi e torna in un paio d’ore, con le sue gambe, altre le portano via con la lettiga, sentiamo le ruote metalliche sferragliare nel corridoio per un po’, le porte sbattono, percepiamo il ronzio dell’ascensore, e poi più niente, solo silenzio. Quelle delle estrazioni tornano verso sera, alcune anche prima. Intontite dalla sedazione, ci vuole tempo perché si rimettano a parlare con le vicine di letto. Appena possono, quando fa meno male, si frugano la pancia, misurano la dimensione della fasciatura, cercano di capire come sarà la cicatrice. In quale punto del corpo si trova, a che cosa è servita. A togliere che cosa. Qualche giorno dopo, quando vanno a fare l’ultima medicazione, tornano a svuotare l’armadietto e, prima di uscire, raccontano di tagli irregolari, ricuciti senza cura, ma non importa a nessuna, è già tanto essere ancora qui per contare i punti di sutura. Significa che non è stata l’ultima estrazione. Significa essere ancora vive. Per quel che vale.

Per me è la prima volta fuori dall’allevamento. La mia vicina è alla terza estrazione. Un rene, poi il midollo – quello è roba facile, dice, te la cavi con un day hospital – e adesso un pezzo di fegato. Non sa ancora quando sarà la prossima, ma è convinta che sarà l’ultima. Ha già trentacinque anni, tra non molto sarà tardi. I suoi organi diventano vecchi.

Quando mi hanno prelevata dall’allevamento, Sezione Q, ero di turno alla mensa. Mi piace quando mi mettono di turno alla mensa, perché così posso mangiare di nascosto rubando direttamente dalla dispensa. Pane fresco, per esempio, e uova vere, non quelle porcherie liofilizzate che non sanno di niente. A volte capita di trovare della carne in scatola, quella con la gelatina. È per i sorveglianti, non per noi. Ma gli stronzi non contano le scatolette, si può arraffare quello che si vuole. Non so se mi metteranno ancora di turno alla mensa, dopo la prima estrazione finisci nelle sezioni speciali, dalla A alla H, e lì non so come funzionerà.

Sono due giorni che non vengono a prelevarmi per fare le analisi, ed è noioso stare sempre a letto. Non sono abituata a stare ferma senza compiti da sbrigare. Mi alzo e sento gli occhi di tutte puntati addosso. Gli occhi di quelle sveglie, intendo, perché molte sonnecchiano. Non c’è molto altro da fare, qui. So che non posso andare molto lontano, uscire non è consentito, ma c’è una finestra proprio in fondo allo stanzone ed è lì che vado quando non ce la faccio più a starmene sdraiata a non fare niente. La finestra è troppo in alto per affacciarsi, così devo prendere una sedia e salirci su. Nessun pericolo che scappi, le sbarre sono solide come quelle delle camerate degli allevamenti. Questo è un ospedale, ma non è molto diverso dal posto in cui ci fanno crescere.

Guardo fuori. Il cielo è grigio e scende una pioggia sottile, di quelle che pare inutile aprire un ombrello ma poi ti ritrovi comunque fradicia dopo aver percorso poche centinaia di metri, come quando attraverso il cortile dell’allevamento per andare dal dormitorio alla mensa, che è il posto più lontano dove sono stata prima di venire qui. Sotto questa finestra c’è un cortile con un parcheggio e, dietro alla recinzione di metallo, si vedono altri edifici che fanno parte del complesso ospedaliero. Sono costruzioni con le pareti lisce e senza crepe, sembrano appena state imbiancate, e hanno balconi e finestre senza sbarre. Li ci vanno i malati a farsi curare. Gli uomini.

Ne ho visti alcuni, da questa finestra. Arrivano con le ambulanze, li fanno scendere con le lettighe, che sono identiche a quelle che abbiamo qui, e poi li spingono fino a uno dei vari ingressi, dove spariscono inghiottiti dalle porte scorrevoli. Credo si salvino tutti. Di sicuro si salva la maggior parte di chi entra. Per loro ci sono ricambi nuovi ogni giorno, organi sani che sostituiscono quelli compromessi da malattie, incidenti, vecchiaia. Sopravvivono fino a centovent’anni, anche centotrenta, ho saputo. È facile, basta fare manutenzioni periodiche e avere organi di ricambio sempre disponibili. Per questo ci siamo noi. Le donne.

Una volta, all’allevamento, ho sentito una tizia che raccontava strane storie. Diceva che una volta, tanti anni fa, il mondo era diverso. Uomini e donne vivevano insieme, nelle grandi città, si sposavano, facevano figli biologicamente (non so che cosa significhi, a dire il vero, ma in qualche modo lei sembrava saperne abbastanza, non so perché), studiavano e lavoravano, andavano in vacanza, guardavano partite calcio e pallavolo, facevano sport, mangiavano al ristorante, andavano al cinema, si innamoravano. Gli uomini si innamoravano delle donne, le donne si innamoravano degli uomini. Sì, concordo, una gran stronzata. L’amore, intendo. Chissà che roba è, che cosa significa. A sentirne parlare, sembra qualcosa di bello. Ma che cosa può esserci di bello negli uomini? Creature stronze, violente, dispotiche. Insopportabili. D’accordo, hanno il potere. Quello affascina, lo so. Poter decidere il destino di qualcuno dev’essere– Già, com’è? Non me lo immagino, sono troppo abituata a chi decide per me. Forse va bene così, forse non avremmo la forza di cambiare le cose per tornare alla vita di prima. Che poi, siamo sicuri che fosse migliore? Non è che, invece, si stava peggio? Da quei racconti che ho sentito, sembra che tutto fosse idilliaco, perfetto. Donne libere, donne con gli stessi diritti degli uomini. Era davvero così? E allora perché è cambiato tutto?

Nessuno lo sa. Nemmeno lei, la tizia che lo raccontava. Di certo erano cose che aveva sentito dire, non poteva averle vissute di persona. Molte di noi non le credevano, pensavano che fosse un po’ sciroccata, che si inventasse tutto. Io ci credo. Non so perché, forse sono sciroccata anch’io. Ci credo anche se sembra impossibile che sia esistito un mondo nel quale le donne non passavano la vita negli allevamenti, a custodire le riserve di organi e a partorire figli maschi per popolare il mondo di fuori. E figlie femmine, per ripopolare gli allevamenti.

«Letto 16», chiama una voce alle mie spalle. Abbiamo tutte un nome, ma per il personale dell’ospedale è più facile chiamarci con un numero. Il letto 16 è il mio. Mi volto. L’infermiere è lo stesso del turno di ieri, ha i capelli rasati e dalla mascherina gli spuntano i peli della barba. Sta spingendo una lettiga. «Non è permesso salire sulle sedie», dice guardandomi con due occhi grigi e freddi. Scendo dalla sedia, la rimetto al suo posto e torno accanto al mio letto.

«È per me?» chiedo guardando la lettiga.

«Togliti le calze e sdraiati.»

Obbedisco. Lascio le pesanti calze di lana sotto il cuscino e a piedi nudi raggiugo la lettiga. Il pavimento è freddo. Quando sono distesa, l’infermiere mi copre fino al mento con il lenzuolo e mi spinge fino alla porta del reparto. Penso che sia troppo tardi per un’estrazione, di solito ti prelevano prima, a digiuno, non a quest’ora, non con la pancia piena. Beh, piena. Piena un cazzo, come si fa a riempirsi la pancia con due sole fette biscottate e una mela rancida?

«Dove andiamo?» chiedo, e intercetto uno sguardo perplesso sopra la linea della mascherina. L’infermiere non è abituato a sentirsi rivolgere domande da noi. E, nel caso, non è tenuto a rispondere.

«Sai che cosa mi faranno?», chiedo ancora. Chiedere non mi costa niente. È un modo per rompere questo silenzio ostile che invade i corridoi, rimbalza da una parete all’altra, mi riempie le orecchie come fosse fatto di ovatta.

«Farai un test di selezione», dice lui senza guardarmi.

«Selezione per cosa?»

«Per passare alla sezione riproduttiva.»

Non riesco a credere di essere così fortunata. Le donne allevate per la riproduzione hanno dei privilegi in più, rispetto alle altre. Anche più di quelle della sezione R, dove si allevano le donne destinate al divertimento degli uomini – non ne so molto, a parte che lì ci finiscono esemplari con caratteristiche genetiche selezionate alla nascita. Negli allevamenti delle riproduttive, le sezioni dalla S alla Z, il cibo è più abbondante, i controlli medici sono accurati, le estrazioni sospese per tutto il periodo fertile. Se si è fortunate, si possono produrre fino a otto figli, a volte anche dieci, dipende dalla riuscita delle fecondazioni in vitro. Non tutte vanno a buon fine. Ma se risulterò idonea, la mia vita migliorerà. Un po’.

«Che genere di test devo fare?»

Questa volta l’infermiere non risponde. Non mi stupisce, ha già detto fin troppo. Guardo il soffitto che scorre sopra di me, le luci al neon di questi corridoi infiniti, ascolto il ronzio metallico delle ruote della lettiga, il sibilo stanco delle porte degli ascensori che si aprono e si chiudono, e smetto di pensare. Pensare non serve a niente. E poi le donne non pensano, non sono allevate per questo.

Bio

Elisabetta è nata sul Lago di Garda, ama i gatti, i cimiteri e le penne stilografiche, e nel tempo libero scrive racconti. Alcuni sono usciti su riviste on line (Retabloid, Narrandom, Quaerere, Blam, Risme, Offline, Racconticon, Nabu, Terranullius, Wertheimer, La nuova Carne e Linoleum). Tutto il resto è irrilevante.

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Chi sono

Michele Ghiotti è nato a San Marino (1989), dove insegna Lettere nella scuola secondaria di primo grado. Ha pubblicato la raccolta poetica Preistoria primavera (Italic Pequod, 2021), ammessa alla fase finale del Premio Tirinnanzi 2022. Suoi racconti sono apparsi su Crack, Carie, Retabloid, Blam e Malgrado le mosche. Il suo racconto Carne della mia carne, occhi dei miei occhi è stato finalista al Premio Calvino 2024.
Acutezza (Alcatraz, collana Labirinti, 2026 – ) è il suo primo romanzo.