Di Michele Ghiotti
«Quando e da chi imparò a scrivere l’uomo dei pezzi?
In che modo conquistò la fiducia dei merli?
E i soldi? dove prese tutti i soldi?
Come sopravvisse nei sei giorni che la storia ci racconta?
Molte sono le domande che restano irrisolte, in questa triste vicenda, e il racconto che vi accingete ad ascoltare non vuole assumersi il compito – né, tantomeno, ha l’intenzione – di venirne a capo: quello che invece si prefigge, rispetto alle narrazioni che certo avrete ascoltato, è di provare a comprendere le ragioni che portarono alla perdizione il Paese di G., di osservarne le paure così deprecabili eppure così umane, di non considerarlo (come sempre è stato fatto, prendendo a modello il villaggio di Salem) un posto abitato dal demonio e da uomini incapaci di amare.
Tutto, come sapete, ebbe inizio dall’uomo dei pezzi, ma avrebbe potuto cominciare in un milione di altri modi.»
Così, con il tono di una leggenda tramandata oralmente, comincia Pezzi, quarto romanzo di Giorgia Tribuiani, uscito a marzo per il Saggiatore.
La voce narrante si rivolge a un “voi” che quei fatti li conosce già e si propone non di risolverli, ma di comprenderli, non di giudicare il Paese di G., bensì semplicemente di raccontarlo. Alla luce, però, di una luminosa e terribile domanda, dichiarata nell’esergo tratto da Dogville di Lars von Trier: «La gente di qui sta facendo del suo meglio, nonostante molte difficili circostanze. Ma questo meglio è abbastanza buono?»
L’atmosfera è quella di un gotico appenninico dai tratti surreali e grotteschi. Il pretesto narrativo quasi fiabesco. Una mattina d’inverno, in un tempo sospeso e indefinito che fa pensare a una sorta di eterno dopoguerra, diciassette merli si posano sui gradini della chiesa con un pacchetto. Dentro ci sono due falangi e lo sgrammaticato regolamento di un gioco: ogni giorno arriverà un nuovo pezzo di carne umana, strappato dal corpo di un misterioso sequestrato, e gli abitanti dovranno indovinare a chi appartiene. Cinque risposte sbagliate (o cinque infrazioni al regolamento) e la vittima morirà.
I personaggi sono insieme individui unici e irripetibili e simboli di un dramma universale, per cui i nomi propri scompaiono e i ruoli diventano destini. Trentasei capitoli – uno per abitante (dal Sarto al Boscaiolo) con tanto di sottotitolo-epitaffio in stile Edgar Lee Masters – portano in scena non solo i molteplici punti di vista sull’enigma, ma le ferite di ognuno: il Sindaco paralizzato di fronte alla tragedia, la Maestra prigioniera di un padre manipolatore, il Mutilato di Guerra che cerca una morte eroica…
Tra le varie linee narrative quella dedicata ai bambini ha una temperatura emotiva propria. Il gruppo di ragazzini – il Lustrascarpe, il Figlio del Droghiere, la Figlia del Macellaio, il Nipote dell’Araldo, il Figlio della Lavandaia, il Figlio del Possidente – che prova a salvare il sequestrato mentre gli adulti si distruggono ricorda il kinghiano Club dei Perdenti di It o il quartetto di Stand by Me: l’amicizia è branco, rifugio, occasione di solidarietà e coraggio.
Tra i bambini spicca il Figlio del Becchino, che vive tra le lapidi: è un personaggio timburtoniano, malinconico, tenerissimo, e il suo arco narrativo, con la chiave del cimitero in tasca e la lista dei desideri scritta sul quaderno è tra le pagine più commosse: la sua sensibilità per i morti diventa il suo modo di stare fra i vivi.
Evidente e feroce la satira del potere, incarnato dal demagogico Possidente, che, quando la crisi rischia di travolgerlo, sale sul pulpito e incolpa i merli, offrendo al villaggio un facile capro espiatorio. Così il meccanismo di Salem si innesca non da una volontà esplicitamente malvagia, ma dall’incontro tra il calcolo del politico e la codardia di tutti.
Eppure Tribuiani non giudica i personaggi dall’alto: li svela dall’interno, anche i più odiosi, e in ciascuno trova il punto in cui la bassezza e la fragilità si toccano. Il risultato è una coesistenza di crudeltà e pietà che non si risolve mai in assoluzione né in condanna. Tra le voci del villaggio ce n’è sempre almeno una capace di riconoscere un essere umano in un pezzo di carne, ma quella voce spesso non basta.
Particolarmente suggestivo il personaggio del Pittore, non solo per la funzione narrativa che gli è assegnata (deve esporre i pezzi nel suo studio e dipingere quei giorni come testimonianza per i posteri), ma perché permette all’autrice di fare una riflessione meta-letteraria. Con l’arrivo dei merli, l’arte del Pittore trova un nuovo soggetto e un nuovo scopo: rappresentare l’irrappresentabile, dare una forma oggettiva (eppure non fredda) alla tragedia, renderla pensabile. La tecnica clinica e meticolosa della sua pittura, che è poi quella della scrittura, illumina e immortala la violenza e la ferocia, ma anche la sofferenza e la pietà.
Sua moglie, la Cuoca, teme per il bambino che porta in grembo e lo sogna già mutilato: questa immagine d’incubo, una delle più perturbanti del romanzo, svela che nessuna creazione può restare immune dall’orrore e dal dolore del mondo. Lo stesso vale per l’artista: in che misura chi crea, testimoniando e raccontando il male, partecipa ad esso?
Sullo sfondo di tutto resta una domanda ineludibile: quanto dolore? Quanto dolore siamo disposti a vedere e tollerare prima di agire? Quanto dolore siamo disposti a fare agli altri per ottenere ciò che desideriamo o allontanare ciò che temiamo? Quanto dolore siamo disposti a infliggere a noi stessi per essere visti e amati?
C’è qualcosa di oscuramente familiare (e dunque perturbante) in questo farsi a pezzi. È il gesto di chi è pronto a ferirsi pur di uscire dall’anonimato, ma è anche il gesto della madre che dà se stessa ai figli per nutrirli e quello del martire che cristologicamente offre il suo corpo alla comunità come occasione di redenzione. È, infine, anche il gesto dello scrittore, che per dare un corpo alla sua opera si fa (fisicamente e psichicamente) a pezzi e, mentre seziona se stesso, seziona il mondo. Questi frantumi di sé e della realtà li recapita poi ai lettori, sperando che qualcuno li raccolga e li riconosca come propri. Come pezzi di sé, della propria anima, della propria umanità. Diceva Terenzio: «Homo sum, humani nihil a me alienum puto.»
Perché il paese di G. è, sì, il paese di Giorgia, ma è anche il nostro. Come la storia del villaggio sarebbe potuta iniziare «in un milione di altri modi», così anche il paese di G. si sarebbe potuto chiamare con qualunque altra lettera dell’alfabeto. In sé contiene già tutti i nomi possibili, compresi i nostri. Siamo noi quel paese. Siamo noi a essere capaci di tutto, della ferocia del Cacciatore e dell’amore della pazza, della compassione più sublime e del male più spaventoso.







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