Fantasmagorie, rovine e nuovi mostri – Intervista a Franco Pezzini

di Michele Ghiotti

Franco Pezzini (Torino, 1962) è considerato uno dei massimi esperti italiani di letteratura fantastica-horror vittoriana. In prevalenza articolista e saggista, scrive e ha scritto per un gran numero di pubblicazioni di ogni tipo – dalle riviste accademiche a quelle di genere, passando per la stampa mainstream – ed è attualmente membro del Comitato editoriale de L’Indice dei Libri del Mese e della Redazione di Carmillaonline. Ha curato edizioni delle opere di Edgar Allan Poe, Joseph Sheridan Le Fanu, Bram Stoker e Ambrose Bierce ed è autore di numerosi saggi tra cui Cercando Carmilla. La leggenda della donna vampira (2000); The Dark Screen. Il mito di Dracula sul grande e piccolo schermo (2008); Victoriana. Maschere e miti, demoni e dèi del mondo vittoriano (2016); Fuoco e carne di Prometeo. Incubi, galvanisti e Paradisi perduti nel Frankenstein di Mary Shelley (2017); Le nozze chimiche di Aleister Crowley. Itinerari letterari con la Grande Bestia (2020). Ha tenuto lezioni presso Rai Teche e la scuola Holden e alcuni dei suoi testi sono stati adottati in corsi universitari. È animatore della Libera Università dell’Immaginario, con cui tiene da anni corsi monografici (attualmente insieme a Chiara Meistro), è Vicepresidente del Comitato Scientifico di Autunnonero – Festival Internazionale di Folklore e Cultura Horror, ed è membro del Comitato scientifico del MUFANT – MuseoLab del Fantastico e della Fantascienza di Torino. Nel 2025 è uscito il suo primo romanzo, Morte astrale. La profezia della lapsit per i tipi di Polidoro. Di recente ha pubblicato per Alcatraz L’abbazia degli incubi, almanacco in ventisette fabulazioni dedicate ad approfondire diversi aspetti – letterari, artistici e cinematografici – del gotico e del fantastico.

Prima che di vampiri, ti sei occupato di esorcismi. Studiando il diritto che li codifica, la procedura con cui l’istituzione mette a verbale il rapporto col soprannaturale. Quanto ti è servito, da studioso del fantastico, aver guardato l’invisibile dal punto di vista di chi lo deve normare e archiviare?

Anzitutto grazie per lo spunto bellissimo. In realtà tutto si è compenetrato nel tempo: la tesi sull’esorcismo è arrivata perché coltivavo certi tipi di interessi “curiosi”: ero partito dall’idea di una tesi storica sulla stregoneria, e il professore mi ha proposto quel titolo più originale in diritto canonico. Un tema affascinante per la quantità di implicazioni sul piano antropologico, psichiatrico, etnologico, e per il rapporto molto particolare con la normativa canonica. D’altra parte il tema esorcismo conduce a riflettere sul Male con la maiuscola, e proprio la letteratura è una delle sedi migliori dove ragionarne in chiavi di simboli e metafore, di macchine per pensare.

Coi concetti di “normare e archiviare” mi trovo d’altronde a mio agio, non solo per gli studi in archivistica, paleografia e diplomatica a cui sarei più tardi approdato, ma perché personalmente elenchi e classificazioni mi hanno sempre affascinato: credo c’entri un mio modo, fin da bambino, di avvicinare la realtà. E poi il potere delle parole, la loro “magia”: e la letteratura, come ogni altra arte portata avanti con una tensione e passione, è “magica” – in senso esistenziale anzitutto, ma anche di impatto sulla realtà. Come tante volte riflettiamo nell’ambito di Carmilla online, la dimensione dell’immaginario, del mito inteso in senso “genuino” – contrapposto a quello tecnicizzato, asservito a retoriche del potere – resta qualcosa di estremamente serio e politico di cui occuparsi. Qualcosa di invisibile sulle cui norme e regole del gioco è fondamentale interrogarsi. Il tentativo di dare nomi a fenomeni sfuggenti (non importa se virtuali, sappiamo bene che l’immaginario reca ricadute storiche concrete), di cercare di riflettere sulle relative “regole”, è qualcosa che in effetti mi accompagna da tanto tempo. Di sicuro ha influito sul mio modo di occuparmi di fantastico.

In questo senso, per me forse i vampiri sono arrivati prima degli esorcismi… ma la tua domanda resta valida. Il fatto è che sono nato nel 1962, dunque cresciuto negli anni del Grande revival magico, tra fine Sessanta e metà dei Settanta (con strascichi ulteriori), quando su ogni giornale o rotocalco fiorivano articoli su medium, fantasmi, possessioni, vampiri e maghi storici. È difficile oggi immaginare cosa fosse quel periodo in cui di magia e parapsicologia si parlava di continuo, McNally e Florescu informavano il mondo che Dracula era stato un personaggio storico e la pubblica opinione trovava credibile che l’ombra di don Sturzo comunicasse a Prodi – durante una seduta spiritica da Segno del comando – che Moro si trovava prigioniero a “Gradoli”… Sì, erano gli anni di piombo: ma non tutto si esauriva lì. Nel corso degli anni Settanta le sedute “spiritiche” (usiamo pure tutte le virgolette del caso) facevano parte di una prassi diffusa tra tutte le fasce di età. E il sogno che tramite antiche cognizioni si aprissero nuove porte era sincero… ingenuo e velleitario finché si vuole, ma interagiva con il resto di un’età di utopie. Le domande – prima ancora che le risposte – sono ovviamente cambiate nel tempo, ma in qualche modo siamo qui a parlarne. E questo mi pare straordinario.

Nel tuo lavoro Apuleio, Petronio e Virgilio convivono, in modo del tutto naturale, con i penny dreadful e i film della Hammer. Eppure si tratta di una posizione che richiede di costruirsi un metodo proprio, non mutuabile da nessuna delle due tradizioni. Come lo hai trovato? C’è un momento in cui hai capito che quella “terra di nessuno” era il posto giusto da abitare?

Di primo acchito mi verrebbe da rispondere richiamando la necessità che “alto” e “basso” si parlino, ma sarebbe una risposta di comodo – per quanto risponda alle mie convinzioni. Di sicuro un filone e l’altro c’entrano col mito, come “parola importante” con cui cercare di capire la realtà. Non so se (come dici con tanta gentilezza) ho trovato un metodo “mio”, diciamo che sono un mitologo e quindi mi affascina lo sviluppo di figure e storie di età diverse, degli impliciti che traghettano, delle varianti che ramificano, delle dimensioni di Bellezza a cui aprono.

Ecco, quella della Bellezza mi pare una chiave importante, in grado di salvarci – almeno in qualche senso – dalle brutture che ci soffocano. Di nuovo, credo che la radice vada cercata negli anni Settanta del mio liceo. Quando, davanti al primo volume della Storia del cinema dell’orrore di Teo Mora con la maschera di Karloff/mostro di Frankenstein, avevo sentito visceralmente che di quelle cose avrei voluto occuparmi a fondo, e che erano “mie”. Ma allo stesso tempo ero innamorato dagli sceneggiati su Odissea ed Eneide di Franco Rossi, impazzivo per la mitologia e negli autori classici ho trovato una casa… La dedica al mio professore di italiano e latino Giuseppe Caldi nei miei saggi su Asino d’oro ed Eneide non è un tributo generico, ma guarda proprio a un certo tipo di entusiasmo, di amore, di commozione. Tanto più che mi hanno sempre deliziato le storie in costume… fin da quando, alle elementari, il mio maestro di Trieste – Giovanni Psenner, straordinario – ci insegnava la storia facendocela recitare. Forse, semplicemente, un ragazzino con tanta fantasia ha cucito insieme i propri interessi, i propri miti. E alla fine, posso dire [ride], io sono diventato questa roba qui.

Il tuo ultimo lavoro, L’abbazia degli incubi (Ed. Alcatraz), rifiuta la forma del manuale. Si presenta come un “almanacco” di “fantasmagorie” e “fabulazioni”. C’è l’idea che il gotico non si lasci ordinare in un sistema senza essere tradito? Scrivere del notturno impone una forma a sua volta obliqua?

La spieghi così bene che mi viene voglia di sottoscrivere! In realtà la questione muove anzitutto su due piani. Da un lato la consapevolezza pragmatica che la “formula Victoriana” (il volume di dieci anni fa con Odoya, già organizzato allo stesso modo) funzionava, permettendo di collegare pezzi che avevo scritto via via per vari motivi ma già a monte con un sogno – chiamiamolo così – di accorpamento virtuale. Dall’altro la considerazione che manuali sul gotico già c’erano, ma il mio insieme era ancora più ampio e nebuloso… abbracciando non solo il gotico (che è la mia lingua di adozione) ma un po’ tutto l’immaginario di un secolo di crisi continue. Di qui l’idea di una lanterna magica che permetta come a un attore gigione una serie di affondi, di affabulazioni, di momenti d’intrattenimento di un pubblico complice. Così non c’è il problema dell’esaustività, e un domani si può persino pensare a un secondo volume con altre scampagnate… Poi hai ragione, su alcuni temi la divagazione è inevitabile, e l’obliquità diventa un asset.

La fantasmagoria e la lanterna magica producevano spettri dichiarando di produrli. Il pubblico sapeva che erano un trucco ottico, e si spaventava lo stesso. Che rapporto c’è a tuo parere tra il piacere della paura e la consapevolezza dell’inganno che la scatena? 

Da bambino, una serie di temi che qui tratto – fantasmi, ombre… – mi suscitava il panico. Ma un panico delizioso, che m’incuriosiva e intrigava la mia fantasia: era fantastico quando in famiglia saltava fuori qualche storia di fantasmi, occorrerebbe che ciascuno conservasse queste narrazioni familiari. Ricordo benissimo, per dire, quando la mia bisnonna aveva raccontato a mia madre, presente me bambino, una storia inquietante affrescata nella certosa di Garegnano dove eravamo stati a un matrimonio. Era una mattina di sole, eppure il racconto esemplare su Raymond Diocrès che si solleva per un attimo al proprio funerale per annunciare agli astanti l’inutilità dei riti funebri visto che ormai è già dannato mi aveva suscitato un brivido. Un orrore, una narrazione e la voglia di sapere di più. Al punto che forse cinquant’anni dopo sono andato a riscoprirmi quella storia.

L’essere umano ha sempre amato affabulare sui timori notturni, davanti a un fuoco e magari in compagnia: qualche meccanismo del cervello deve giustificarlo, e probabilmente ha a che fare proprio con l’amore per la narrazione, per la storia che “prende”… Il vero medium è il narratore. Forse ho iniziato a occuparmi di ombre anche per questo, con questa dialettica di fondo.

Se poi le ombre sono controllate, vale un po’ il discorso del successo del Sublime (l’orrendo che affascina) nell’arte europea. Se ti trovi davanti una tempesta, non hai modo di goderne troppo le dimensioni estetiche: se invece sei a distanza di sicurezza il discorso è differente… Ma la questione può essere anche più sottile, riguardare inquietudini diverse e più indirette. Nostalgia, smarrimenti, turbamenti sessuali. Pensa a Carmilla di Le Fanu (dove il tema delle fantasmagorie è espressamente citato), non fa tecnicamente “paura” ma reca un altro ordine di inquietudini: generazionali, sociali, sessuali…

Castelli, abbazie in rovina, laboratori segreti. Il gotico è inseparabile dai suoi luoghi, e quasi sempre da luoghi in disfacimento. Cosa rende la rovina il luogo naturale del fantastico? Perché ci serve che il passato crolli prima di poterlo abitare con l’immaginazione?

La scoperta delle rovine è anche un portato d’epoca, tra Sei e Settecento diventano di moda, a un certo nasce l’abitudine della gita, persino del picnic all’interno di queste scenografie eccezionali (pensa solo a Tintern Abbey). Ma c’è anche l’idea di un passato oscuro e oscurantista, quello dei papisti per i primi gotici, di un medioevo truce di amore & morte visto con l’occhio romantico, di spazi nascosti come cripte dove consumare segretissimi orrori. Occulto non significa solo magico ma nascosto… e il gotico capitalizza il mistero, scopre i cassetti di verità scomode, di identità travisate. Il castello diventa così la forma naturale dei grovigli della vita interiore, specie di chi ha qualcosa da nascondere come il Manfred di Walpole. E il crollo del castello – che è un archetipo, se vuoi fino alla Torre cadente dei Tarocchi – allude a tutte le Babeli fallimentari dell’uomo. Aggiungiamo che le rovine – inserite farlocche nei parchi dagli architetti di giardini – sono un ideale set teatrale: il gotico valorizza la messa in scena, la dimensione recitata delle parti che ci toccano e il gioco a nascondino delle nostre “vere” identità. Andando in pellegrinaggio a Strawberry Hill di Walpole, dove idealmente è nato il gotico, colpiva vedere che le pietre dei muri erano carta da parati su un muro ordinario. Ecco, chi ha una vocazione un po’ teatrale, un po’ istrionica alla Vincent Price non può che deliziarsene.

Nel libro metti in rapporto il gotico con il giacobinismo e le tensioni sociali che sfoceranno nel 1848. La paura letteraria sembra crescere accanto al Terrore politico: il gotico è il modo in cui una società immagina ed “esorcizza” la propria violenza e le proprie rivoluzioni? E oggi, di quali nostre violenze è il sintomo?

Diciamo che il gotico – che nasce prima della Rivoluzione francese – diventa però un buon veicolo per esprimere una serie di inquietudini anche politiche e sociali. Si pensi solo al fiorire di autrici che attraverso il gotico raccontano i propri disagi e le marginalizzazioni, in un mondo dove la donna ha pesantissimi limiti di diritto successorio e fa idealmente pacchetto con le proprietà immobiliari: se nel Settecento le donne riuscivano a fuggire arruolandosi sotto panni maschili nell’esercito o sulle navi pirata, con l’inizio dell’Ottocento troviamo improvvisamente strette tutte quelle pastoie di cui parla Jane Austen nei suoi formidabili romanzi. Il loro disagio, per tante di loro, è espresso in romanzi gotici.

Sono cambiati i tempi, ma ecco, credo che il gotico continui a essere un buon veicolo: non tanto di espressione delle violenze quanto di una sostanziale sfiducia nelle agenzie politiche ed economiche, dei loro scheletri negli armadi e delle menzogne dei discorsi pubblici. Nel bene e nel male: certi cospirazionismi beceri muovono anche da posizioni sul sotteso e sull’occulto cui il gotico offre linguaggio. Ma lo strumento – come tutti gli strumenti da usarsi con intelligenza – mantiene il suo valore.

Tra i protagonisti dell’Abbazia degli incubi c’è Sade, una figura scomoda, che non si lascia ridurre né a mostro né a martire della libertà. Come lo hai trattato?

Come dici, né mostro né martire della libertà. Ma due considerazioni vanno fatte. Anzitutto, con buona pace dei moralisti, l’uomo Sade va collocato nel contesto: quali fantasie avrei elaborato io, se avessi passato buona parte della vita incarcerato? E poi c’è il dato di fatto che le sue opere non sono la sua vita: rischiò la testa per la sua moderazione, nel periodo in cui ebbe qualche responsabilità durante la rivoluzione, e alcune brutte pagine della sua vita erano bagatelle a paragone di quanto al tempo si verificava per presunta giustizia. Le terrificanti esecuzioni di Damiens e dell’innocente Calas fatto riabilitare da Voltaire, i massacri di guerre ordinate per ridicole pretese geopolitiche e capaci di definirsi già come primi conflitti “mondiali”, le sperequazioni economiche assassine… al confronto, le colpe di Sade sono quelle di un dilettante. Ma, con il linguaggio della filosofia libertina, l’immaginario del corpo-macchina e l’utopia del desiderio assoluto, quest’uomo sempre in cella ha scoperto l’esistenza di una dimensione imbarazzante, curiosamente sessuale, fino a quel punto non considerata. Sade diventa così uno dei grandi provocatori tra Sette e Ottocento, come al volgere del secolo successivo emergerà un altro immenso impresentabile, Aleister Crowley (di cui mi ero occupato in ricerche precedenti). Entrambi più che brillanti, controversi, spregiudicati; entrambi connotati da pesanti ambiguità, ma capaci di illuminare alcuni tipi di fenomeno come pochi altri hanno saputo fare.  

Nei pezzi che dedico a Sade, va detto, non mi occupo tanto della sua opera filosofica e letteraria, quanto della sua presenza in film, romanzi – del suo ruolo nell’immaginario.

Hai detto di esserti formato con la Rai del maestro Manzi, degli sceneggiati, di Spazio e Sapere – una divulgazione che aveva l’ambizione di portare la cultura a chiunque. Oggi il fantastico ha i suoi canali – BookTok, podcast, fandom – e raggiunge più persone di allora, ma forse in modo più frammentato, più tribale. Cosa di quel modello televisivo si è perso per strada?

Credo che un’esperienza di enorme interesse sia consultare sul sito del RadioCorriere TV i numeri (tutti scansiti) relativi agli anni tra Sessanta e Settanta. L’offerta pubblica era ricchissima, straordinaria: certo, c’era una vocazione didattica su cui poi si è storto un po’ il naso per inseguire l’intrattenimento, ma era la didattica di Umberto Eco, Paolo Poli, Andrea Camilleri, appunto del maestro Manzi che ricordo in tv… Per me l’offerta Rai era stata un complemento fondamentale alla formazione scolastica. Ecco, senza atteggiamenti retro, ho visto perdersi un po’ questo. Quei documentari, quegli sceneggiati – interpretati oltretutto da attori meravigliosi, teatrali – funzionavano: la gente andava a cercarsi i romanzi, o comunque ne era incuriosita.

Ecco, nei miei corsi di letteratura qui a Torino – proseguiti per tanti anni, aperti e gratuiti – ho cercato di recuperare un po’ quello spirito. Una forma di restituzione per chi, come me e i miei coetanei, ha avuto la fortuna di beneficiare di simili tesori. 

Da lettore e giurato del Premio Calvino, hai un’ampia visuale sulla narrativa italiana esordiente. Questa esperienza cosa ti ha permesso di capire sul nostro immaginario collettivo? C’è qualcosa che gli aspiranti scrittori italiani – specialmente quelli che si addentrano nel fantastico – sognano ossessivamente o, al contrario, qualcosa che non osano scrivere?

Non è facile presentare un discorso generale con qualche pretesa puntuale di bilancio. A dir la verità, ho visto veramente un po’ di tutto e per esempio ero in servizio nell’anno del lockdown, quando abbiamo letto e schedato 999 romanzi manoscritti di italiani chiusi in casa a scrivere… Alcune cose posso però notarle: come confermato anche dai call racconti del Calvino, dove la vocazione fantastica ha avuto e ha ampio spazio, esiste un’offerta interessante e di qualità di giovani autori. Un’offerta che guarda anche a quella fantascienza considerata in Italia la Cenerentola del fantastico: i temi dell’AI, gli scenari distopici, la vita artificiale sono solo alcuni dei bacini tematici frequentati con entusiasmo. Teniamo anche presente che a fianco di un pelago di fantasisti dal registro narrativo popolare e “di servizio” (come è normale che sia, su grandi numeri), arriva ai premi una quantità di voci stilisticamente molto alte. Faccio solo qualche nome: Beatrice Salvioni, Monica Acito, Emanuela Cocco, Michela Lazzaroni… Persone che poi magari si sono messe a scrivere di temi diversi, ma le cui qualità mi hanno colpito moltissimo.

Qualcosa che gli autori non osano scrivere? È una domanda molto bella: in realtà non saprei rispondere sul piano tematico, mi limiterei a due auspici. Anzitutto che cali la produzione di fantasy tolkienoidi: dopo Tolkien, è inutile riproporre cocciutamente alcuni tipi di personaggi e di storie, mentre semmai merita indagare altre tradizioni del fantasy – quello magari non pubblicato in Italia, ma con internet ci si arriva. E poi, più in generale, indagare quali tipi di innovazione abbiano recato i grandi maestri del fantastico, vedere come si siano smarcati dal passato, con quali strategie, con quali scelte. Non serve proclamare “Lovecraft è il più grande di tutti”: l’ammirazione – sia verso autori di moda come lui o Ligotti, sia verso tanti altri – va declinata nel capire dove sta la loro grandezza e imitarne non gli esiti ma la ricerca. Cos’è che li rende grandi? Quale specificità posso sviluppare come loro hanno fatto? È un’operazione che merita portare avanti proprio per individuare vie nuove. Un’originalità autentica e non velleitaria. Non sto dicendo che sia facile o che i risultati fioriscano tutti riusciti. Ma è l’unica strada per far crescere un genere.

Hai dedicato anni a studiare come il gotico abbia saputo parlare delle paure di ogni epoca reinventandosi continuamente. Oggi le paure non mancano, anzi, si sono moltiplicate e accelerate. Eppure l’impressione è che l’immaginario contemporaneo preferisca inseguire estetiche nostalgiche. In un mondo che sembra aver smesso di sublimare le proprie angosce, che le urla invece di travestirle, cosa speri per il gotico che verrà? Che mostri dovrà trovare il coraggio di immaginare?

Distinguerei il discorso sul gotico, che può essere anche razionalista, alla Radcliffe, da quello sui mostri dell’orrore “soprannaturale” – che c’entra con una parte del gotico ma non lo esaurisce. Il gotico sta bene e ci saluta tutti: basti solo a pensare a sviluppi come l’opera di Mervyn Peake o, in Italia, il gotico siciliano di Orazio Labbate, che offre chiavi nuove sia sul piano sostanziale che, soprattutto, su quello del linguaggio.

D’altra parte, come scriveva Seneca, “Perché arrestare la generazione dei mostri?”. Ogni generazione arricchisce il catalogo. Tanto più che a parità di etichette i contenuti sono diversi: li chiamiamo sempre vampiri, ma quelli del primo Ottocento distano anni luce dagli attuali. Poi vero, la nostalgia canaglia investe anche i mostri, anche se quelli vintage sono ormai antiquariato simbolico. Quali saranno i nuovi mostri? Mah, anzitutto c’è una teratologia sociale: un film (modesto ma proprio per questo indicativo di certe disinvolte mitopoiesi) come Waxwork, 1988, accostava un Sade completamente ridisegnato a Dracula, la Mummia e l’Uomo lupo. Oggi forse possiamo immaginare altro. Non mi stupirei se Jeffrey Epstein o qualcuno dei suoi soci entrasse nel parco-mostri. Poi probabilmente andrebbe considerata l’apertura ai mostri del virtuale, la cifra-Legione di certe leggende metropolitane studiate dall’amico Danilo Arona, di certe favole nere del web. L’AI sembra in questo senso promettente. Cosa c’è di fantasmatico quanto il virtuale, o il frutto artificiale di combinazioni statistiche?

E poi – ma lo metto a fuoco ora rispondendoti, occorrerebbe sviluppare meglio il pensiero – c’è la rabbia: la rabbia per questo mondo orrendo di sovranisti razzisti fascisti sgomitanti e impuniti. Unita alla depressione tanto diffusa per gli abusi a cui assistiamo o che subiamo di continuo impotenti, la rabbia può forse diventare un’eggregora. Non una rivoluzione, non credo, ma un fenomeno più simile a El ángel exterminador di Buñuel. Qualcuno lo considererebbe un mostro.   

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Chi sono

Michele Ghiotti è nato a San Marino (1989), dove insegna Lettere nella scuola secondaria di primo grado. Ha pubblicato la raccolta poetica Preistoria primavera (Italic Pequod, 2021).

Suoi versi sono apparsi nell’antologia curata da Elisa Nanini Il grido della terra (Macabor 2023) e sullo Sfogliabile 2025 di Laboratori Poesia.

Ha pubblicato vari racconti su Retabloid, Crack, Carie, Blam e Malgrado le mosche.

Il suo racconto Carne della mia carne, occhi dei miei occhi è stato finalista al Premio Calvino 2024 (Racconti – Call Trame Interspecie).

Acutezza (Alcatraz, collana Labirinti, 2026) è il suo primo romanzo.