di Michele Ghiotti

Cos’è per te la poesia? C’è una definizione, se una definizione può esserci, che ti è cara?

Mi sono accorta che quando leggo poesia a lungo e ininterrottamente mi succede di trattenere il respiro. Non accade lo stesso con la prosa. Dal momento che è capitato svariate volte senza determinare la mia morte, suppongo di aver trattenuto il fiato talmente a lungo da aver imparato a respirare sott’acqua. Oltre una certa soglia, negli abissi, il turismo non è possibile: ci si evolve a imitazione degli organismi marini, mentre le vie consuete dell’ossigeno si spogliano e gli sforzi vitali si spostano a carico dei sensi soprannaturali. Quindi forse si può dire che poesia è trattenere il respiro fino a che non si impara a respirare con qualcos’altro – e questo qualcos’altro di solito è l’anima.

Che rapporto c’è fra ispirazione e disciplina?

    Per me ha l’aspetto di queste due paure: scrivere troppo – alla fine non aver saputo aspettare mi tradirà – e non scrivere abbastanza – alla fine non aver saputo provare mi tradirà. Bisogna sapere quando fermarsi, bisogna sapere quando iniziare. L’esperienza ha bisogno di un certo accumulo, ma la lingua ha bisogno di una certa ginnastica. Purtroppo non sono mai stata molto portata a scrivere qualcosa che non avessi l’assoluta necessità di scrivere – le poche volte che ho scritto qualcosa su commissione temo mi sia riuscito tanto penosamente che poi ho del tutto smesso di farlo. Non ho smesso di scrivere poesie brutte, però – anzi le custodisco gelosamente. Le mie poesie brutte veicolano un affetto che da quelle belle scivola via subito: queste può amarle chiunque, a quelle so solo io che cosa devo.

    Quali sono le tue autrici e i tuoi autori di riferimento?

    Ogni volta che leggo Hafez mi chiedo perché la vita non sia vissuta tutta nell’ebbrezza. Quando leggo Saffo mi sembra la più grande evidenza che non si scriva abbastanza poesia d’amore. Leggo Dickinson e penso a quanti giorni di primavera ho sprecato non osservandoli attentamente da una sedia al centro del giardino. Più che un uovo nel nido dei maestri, la mia poesia è un volo a sbando tra questi e tutti gli altri sublimi assedi. E non c’è modo di capire da che parte andrà la prossima volta. 

    A tuo parere in Italia quello della poesia è un mondo maschilista? Che rapporto c’è stato/c’è/ci dovrebbe essere fra poeti, critici, lettori e poetesse, critiche, lettrici?

      Propongo un semplice esercizio: prendere un foglio, riservarvi uno spazio per ognuna delle case editrici che pubblicano poesia contemporanea in Italia, scrivere, per ciascuna, la lista degli ultimi dieci volumi pubblicati, contare quanti, tra quelli degli autori, sono nomi di donne. È un esercizio di semplicità statistica che può fornire risposte migliori di qualunque sibilla. E si può adattare alle riviste, digitali o cartacee, alle curatele, alle antologie, agli studi critici. Io l’ho fatto molte volte ed è andata abbastanza bene. Dopo le prime due, ho smesso di mangiare il foglio.

      Quale rapporto ci sia e ci sia stato tra i due mondi lo descrive molto bene Isabella Leardini nell’introduzione alla bellissima Costellazione parallela: “le donne nella poesia italiana del Novecento ci sono state: hanno scritto moltissimo, pubblicato con grandi editori, alcune di loro hanno raggiunto la fama e persino il potere. […] Stimate, amate, sostenute o criticate dai loro illustri colleghi o amici, all’ultimo momento sono state comunque rimosse. […] Spesso i giovani poeti si comportano come i loro illustri predecessori: le ragazze fanno parte del gioco ma alla fine giocano un’altra partita”[1].

      In qualsiasi gioco siano intrattenuti quei giovani poeti, io non ho mai avuto molto tempo da perdere.

      Come abita/dovrebbe abitare la poesia il metaverso?

        Un famoso andantino recita che “qualsiasi tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”. La magia di cui parla, credo, è nella nostra mente, e le forme che la tecnologia assume ne possono venire caricate, possono intercettarla. L’anima che si crede di intravedere nell’intelligenza artificiale è un miscuglio delle nostre. Forse è uno strano aldilà. Comunque sia, dentro di me la frase di Clarke fa un binomio con questo apologo zen, in cui il maestro Bankei è provocato da un prete Shinshu:

        «Il fondatore della nostra setta» si vantò il prete «aveva poteri così miracolosi che stando su una riva del fiume con un pennello in mano riusciva a scrivere attraverso l’aria il sacro nome di Amida su un foglio che un suo assistente reggeva sull’altra riva. Tu puoi fare questa cosa prodigiosa?». Bankei rispose gaiamente: «Forse questo gioco di prestigio può farlo la tua volpe, ma non è questo il modo dello Zen. Il mio miracolo è che se ho fame mangio, e se ho sete bevo»[2].

        In La perla di Minerva parli di “ginegonia”, neologismo per la nascita della donna (diversa dalla bambina). Quali sono le prove che oggi una donna deve superare per nascere, e in che modo l’arte, o la poesia, possono illuminare questo passaggio?    

          Quando Sylvia Plath scrive “morire/ è un’arte, come qualunque altra cosa” – io credo che quella sia una delle risposte. “Io lo faccio in modo magistrale,/ […] lo faccio che fa un effetto vero./[…] È facile farlo e rimanerci./ È il teatrale// ritorno in scena in pieno giorno, stesso posto, stessa faccia, stesso bestiale/ urlo goduto:// Miracolo!/ È questo che mi stende. Si paga// per vedere le mie cicatrici, si paga/ per ascoltarmi il cuore -/ funziona eccome”[3]. Facile è morire. Non altrettanto facile è tornare. Noi sappiamo farlo: in questo senso, abbiamo davvero qualcosa da raccontare.

          Se si interroga l’etimologia, femmina viene dalla stessa radice della parola fecondo – ciò che genera frutti e produce nutrimento. Donna, da domina, è colei che esercita il potere, che lo possiede incastonato già nel nome. Per qualche ragione, io prendo l’etimologia più sul serio di qualunque altro dato di realtà. Quindi, procedendo per logica da questi dati, sembra che la femmina abbia in sé la capacità di nutrire, far crescere qualcosa che è fuori di sé, con la sola fonte del suo sangue. Diventa donna chi capisce l’immenso potere che quel nutrimento significa.

          La poesia, l’arte delle donne in generale, può moltissimo in questo senso. Senza di essa, una donna può vagare per tutta la vita come una mendicante con l’oro nascosto sotto le palpebre senza la minima idea di cosa farsene. Credo che questa sia la ragione di tutto lo sforzo passato a cancellarci – che non si spargesse la voce…

          Nei tuoi lavori, come ne Il passero bianco, attingi spesso al mondo delle fiabe. Cosa ti attrae in particolare degli elementi perturbanti e mostruosi e come li usi per dare corpo alla tua poesia?

          In termini estremi, probabilmente non mi interessa letteratura che sia troppo lontana dalla fiaba da non poter intravedere il mostro alle radici dell’albero. La fiaba insegna tutto quello che sia dotato di rilevanza animica, è spirito nella materia, rosso alchemico: chi legge o ascolta fiabe non ha diritto alla distrazione, perché perdere un grumo di parole – il tempo che il pensiero si posi sopra un ramo – significa perdere un’intera galassia di eventi. In mezzo rigo tutta la vicenda può essere dissolta, trasformata, avanzare di un millennio. Sapere narrare a memoria una fiaba potrebbe essere il compito da affinare nel corso di una vita ben vissuta, senza che possa mai annoiare l’apprendista. La fiaba è l’unica arte che sfoghi la mia sconsiderata febbre per l’intensità. 

          Quanto al mostruoso – di solito la strada giusta è segnata da tracce di orco, e quando appaiono quelle, vuol dire che anche la poesia non è lontana. La fiaba lì chiama, chiama.

          Ti sei mai dedicata o hai mai pensato di dedicarti alla narrativa?

            Ci penso tutti i giorni da quando avevo cinque anni. Nel momento in cui ci sono arrivata più vicina, l’estate di tre o quattro anni fa, intrattenevo lunghe conversazioni mentali con Nabokov, che era diventato il nume tutelare della mia prosa. Lo interrogavo costantemente, forse mi dava sicurezza addestrarmi a reagire come lui nella costruzione delle storie, nel rapporto con le parole, come se in quest’arte avere un nume fosse una garanzia di riuscita… Comunque, devo averlo davvero disturbato con i miei dilemmi e le mie quisquilie e le incessanti interrogazioni sul valore di ciò che stessi facendo, perché una notte l’ho sognato vividamente. Nel mio sogno era giovane. Io continuavo a porgergli domande, ma ricordo che lui, invece, posava su di me due occhi piccoli e pungenti, che sporgevano senza posa oltre i fogli. Istruttivo, se non altro, sapere che neanche presso i morti e neanche in sogno le ragazze smettano di essere i loro corpi. Non l’ho interrogato mai più.

            Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

              Non sono brava a fare progetti. Oppure, sono bravissima a fare progetti che poi non seguo. Fare progetti è un’attività completamente diversa da realizzarli. Ne facevo talmente tanti che a un certo punto ho cominciato ad avere un taccuino dei piani fallimentari. Poi ho mollato anche quello.

              I libri che scrivo e i lavori che seguo, invece, si progettano da soli mentre nascono e si impongono con la più assoluta emergenza, conquistando la priorità su qualsiasi altra impellenza. Non sono una cosa diversa da me, perché, come chi fa figli, io ci metto dentro il mio sangue, le mie ossa, le mie visioni e le mie veglie notturne, l’aria dei miei respiri, la memoria dei miei occhi.

              Oltre a scrivere, insegni lettere e traduci. Come si riflettono queste due esperienze nella tua poesia?

                Nel gennaio del 1952 Cristina Campo inviava a Remo Fasani una busta, il cui dorso recitava «à lire dans un moment de grande paresse!», contenente – oltre alla sua lettera – quattro pagine manoscritte dai Quaderni di Simone Weil. L’ultima delle quali terminava con queste parole: “prendre sa main gauche dans sa main droite: celle ci est mienne, l’autre étrangère”[4]. Per me insegnare è usare la mano destra, scrivere poesia è usare la sinistra, tradurre è un’ombra proiettata sul muro di un animale misterioso, prodotta dalla congiunzione di una mano dentro l’altra, senza che si possa dire di chi sia la coda e di chi le corna.

                Il tempo del lavoro spesso spinge all’uso di un solo emisfero. Sogno un mondo in cui l’inizio delle vacanze non mi provochi una settimana di emicrania – che è probabilmente l’inconveniente del passaggio dall’una all’altra modalità di funzionamento. Ho un sogno: imparare a insegnare con la mano sinistra.


                [1] AA.VV., Costellazione parallela. Poetesse italiane del Novecento, a cura di Isabella Leardini, Firenze, Vallecchi, 2023, pp. 12 e 28.

                [2] Da “Il vero miracolo” in 101 storie zen, Milano, Adelphi, 1973, p. 90.

                [4] Cristina Campo, Un ramo già fiorito. Lettere a Remo Fasani, Venezia, Marsilio, 2010, p. 128.

                [3] Da “Lady Lazarus” in Sylvia Plath, Opere, Milano, Mondadori, 2023, p. 719-21.

                Bio

                Sofia Fiorini (Rimini, 1995), laureata in Italianistica presso l’Università di Bologna, è poetessa e insegnante. Esordisce in poesia nel 2017 con La logica del merito (Interno Poesia), premiato dal Premio Violani Landi e dal Premio Prato, poi ripubblicato in edizione ampliata nel 2023 come La logica del merito e nuove poesie. Nello stesso anno pubblica La perla di Minerva (La Noce d’Oro), silloge finalista al Premio Carducci e al Premio Flaiano U35. Nel 2025 esce per Vallecchi Il passero bianco, candidato alla dozzina del Premio Strega Poesia. Ha tradotto l’antologia italiana delle poesie di Ralph Waldo Emerson, Il cervello di fuoco (La Noce d’Oro, 2022), e ha collaborato alla cura dell’antologia Costellazione parallela. Poetesse italiane del Novecento (Vallecchi, 2023). Suoi testi sono presenti nell’antologia Abitare la parola. Poeti nati negli anni Novanta (Ladolfi, 2019).

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                Chi sono

                Michele Ghiotti è nato a San Marino (1989), dove insegna Lettere nella scuola secondaria di primo grado. Ha pubblicato la raccolta poetica Preistoria primavera (Italic Pequod, 2021).

                Suoi versi sono apparsi nell’antologia curata da Elisa Nanini Il grido della terra (Macabor 2023) e sullo Sfogliabile 2025 di Laboratori Poesia.

                Ha pubblicato vari racconti su Retabloid, Crack, Carie, Blam e Malgrado le mosche.

                Il suo racconto Carne della mia carne, occhi dei miei occhi è stato finalista al Premio Calvino 2024 (Racconti – Call Trame Interspecie).

                Acutezza (Alcatraz, collana Labirinti, 2026) è il suo primo romanzo.