Prosegue la rubrica Quartetti, che presenta quattro testi di poetesse e poeti contemporanei, collegati da una parola-tema liberamente interpretabile dagli autori e messi in relazione da una breve nota critica. Nel primo Quartetto l’Altrove era la dimensione del mistero, del sogno e del rifugio, qui il Confine è la linea che ci separa e insieme ci definisce: quella della lingua, incapace di contenere l’amore; quella tra l’umano e l’animale che portiamo dentro; quella tra terra e mare, dove la natura resta inaccessibile; quella, infine, tra la vita e la morte. In nessuno dei quattro testi, però, è una linea netta, bensì una soglia ambivalente, che i versi abitano senza sciogliere il nodo.
Nell’inedito di Marilena Votta l’amore si muove tra il desiderio di fissare l’altro con esattezza e la consapevolezza che nulla si lascia trattenere. Fin dall’apertura la gioia convive con la difesa: “due pugni chiusi / o forse il numero doppio di due / utili ad arginare / il senso prudente del fallimento”. L’incontro è quello di un seme con la terra arida (“Quando ci siamo incontrati io / mi chiamavo deserto / e tu nocciolo di pruno”) e da qui l’acqua attraversa il testo come ciò che manca e che irrompe: si susseguono “il desiderio straripato”, l’“arsura” che unisce, la luce che infine “rotola via / come l’acqua”. Lo sguardo cerca con precisione quasi anatomica il punto in cui la luce cade “sul tuo zigomo / la clavicola / l’attaccatura dell’omero”, poi si posa sui capelli “buoni per nidi di / uccellini implumi e pulli” e nel “difetto della loro incompletezza” trova l’immagine di un amore ancora implume. Ma la precisione dello sguardo si scontra con quella, mancata, della parola: “Le imprecisioni del linguaggio / che si limita a mettere confini / tracciare righe / ed e commerciali” riducono la congiunzione a un segno e separano proprio mentre vorrebbero unire. Il buio sorge altrove, “ma noi non lo sappiamo ancora”: quell’ancora rilegge a ritroso l’intero testo: così la corsa “a braccia spalancate”, dopo i pugni chiusi, è insieme slancio e ingenuità, “tra le fauci aperte / della lingua inceppata”. Resta la ricerca dell’”attimo / preciso / della caduta”, che per quei pulli può essere precipizio fatale o primo volo. E resta una “bandiera bianca”, che può essere sconfitta o resa fiduciosa all’altro.
Nel testo di Elisabetta Carbone il confine attraversa chi scrive: è quello tra l’animale e l’umano, tra la foresta che ciascuno porta dentro e la comunità in cui chiede di entrare. Il passaggio avviene tardi, attraverso il linguaggio: “I nomi io li ho imparati / che avevo quasi diciott’anni”, quando l’insegnante “li diceva col cognome” e l’io ne immaginava “i campanelli”. Il cognome è ruolo sociale, porta di casa: un confine vago, perché la famiglia vera non è quella dei campanelli, ma quella della specie umana. Da qui nasce un desiderio che è una contraddizione in termini: volere l’addomesticamento “con una forza / di orso che vuole / mangiare ogni giorno / in ciotola e non in caccia”. “Volevo essere civile nei miei jeans / e fiera” – il doppio senso è decisivo: fiera come orgogliosa e fiera come belva – “e in quei nomi abbandonare / la caccia”: nell’orso in jeans c’è il dolore di chi si addomestica, nell’adolescenza e poi in ogni passaggio successivo, quando si è meno perdonabili e le regole del mondo vanno accettate. Ma la natura non si lascia cancellare: “a chi incontravo / era chiaro che avevo muso sotto la bocca / e zampe e boati latenti che / nei nomi potevano scoppiare”: dietro i nomi, strumento della civiltà, c’è il ruggito. Il confine resta e non si può fingere che non ci sia: protegge la foresta e dice chi siamo. La poesia non chiede di abolirlo, ma di abitarlo, riconoscendo il nostro istinto (spaventoso e spaventato) senza rinunciare al desiderio di entrare in relazione.
Nei versi di Guglielmo Aprile il confine è quello, invisibile, “dove terra e mare / si sfiorano e si sfidano, domini / contrapposti” e a presidiarlo sono le rocce che “dal sonno della pietra l’onda estrae”. Lo sguardo umano le anima: diventano “statue contorte, abbozzate figure / di eremiti o guerrieri”, inginocchiate “in preghiera sull’acqua” o erte a fronteggiare “l’ira del libeccio”. Ma già quell’abbozzate, quell’oppure tradiscono la proiezione: è l’uomo a cercare nella natura un volto e non sa nemmeno decidere quale. Con il mito d’origine il confine sembra aprirsi al sacro: “qualcuno le piantò”, “fedeli a un certo ordine / impartito da quando le prime isole / con un boato dal fondale emersero”. È però un sacro remoto, che si manifesta come legge più che come presenza: le rocce, pur “guardiane arcigne, despote severe”, restano “sentinelle / insonni e mute, inanimati eserciti”, sovrane di “aridi regni” misurati su un tempo geologico, non umano. La fusione panteistica è negata proprio dove il testo la sfiora: la baia trattiene un segreto “nelle sue labbra socchiuse”, una bocca sul punto di parlare che non parla. E l’ultimo verso, isolato come una sentinella, compie l’esclusione: le rocce “fissano con occhio fermo il largo”. Non guardano noi. La natura resta un mistero insondabile, non a misura d’uomo, e il confine non sfuma, ma è luogo di veglia.
Nella poesia di Mikel Marini il confine è quello tra la vita e la morte, tra una libertà illusoria e un destino che somiglia al caso. Tutto comincia con un controllo che si sfalda: “Il freno va a ritroso nelle mani, / dalla frusta fino alla biscia senza il morso”, e a chi guida “non va più di attorcigliare / l’anello del volante fra le corsie”. Il primo confine, la corsia, viene rifiutato non per ribellione, ma per stanchezza. Da qui la poesia procede per discesa, dal solenne al grottesco. In alto il destino è sorvegliato con la gravità di un augurio: il camion “indaga come il condor i destini” e punta “la scappatoia”. Sotto, la folla anonima ha “il marmo idiota degli occhi”, statuario e già funerario, “chiusi dentro l’elmo / che inclinandosi scopre / solamente le bocche”: l’umano ridotto ai denti che attendono il colpo. Il lessico equestre e cavalleresco si sovrappone a quello automobilistico, e la strada diventa campo di giostra e baracca dei burattini. L’esecuzione, infatti, non spetta a una potenza tragica, ma a un “burattino nerissimo” che anticipa “la bastonata”, figura da teatro di piazza, farsesca e mortale insieme. È lui a scombinare il selciato col palo e ad aprire “nel pietrisco i suoi confini”, per poi riammassarli: scava e ricolma, operaio stradale e becchino nello stesso gesto. Il confine che all’inizio sembrava legge si rivela così un mucchio di sassi, materia sciolta che un palo disfa e rifà, e il destino, grandioso e meschino, un gesto da pupazzo. La sintassi, una sola frase che non frena mai, trascina il lettore oltre la linea bianca, e solo dopo l’impatto si svela l’idiozia della tragedia.
Marilena Votta
Due pugni chiusi
O forse il numero doppio di due
Utili ad arginare
Il senso prudente del fallimento
Quando ci siamo incontrati io
Mi chiamavo deserto
E tu nocciolo di pruno
Mi chiedo sempre
Che ambivalenza abbia
La speranza che ci ha acceso
Le facce
Il desiderio straripato
Somiglia alla marcia
Invisibile dell’esercito del bene
E poi ancora di nuovo e sempre
Mi chiedo
Come cade la luce
Il punto preciso
Sul tuo zigomoLa clavicola
L’attaccatura dell’omero
Il solletico
Dei capelli
Buoni per nidi di
Uccellini implumi e pulli
Che devono ancora prendere confidenza con il volo
Le piume lisce e corte
Il difetto della loro incompletezza
E allora la luce
Irrompe e tace
Da qualche parte nel mondo
Sorge il buio
Ma noi non lo sappiamo ancora
E corriamo a braccia spalancate
Tra le fauci aperte
Della lingua inceppata
Le imprecisioni del linguaggio
Che si limita a mettere confini
Tracciare righe
Ed e commerciali
Saremo uniti
Dall’arsura
E dal bisogno
Di trovare l’attimo
Preciso
Della caduta
L’arresto
La bandiera bianca
La luce rotola via
Come l’acqua
Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti Equilibri sospesi, La ragazza di miele e altre storie, Diastema, le sillogi Estate, Quando sono nata ho smesso di essere aria. Alcuni dei suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, Stati di desiderio e ha incontrato l’amore della sua vita. Attualmente sta lavorando al suo (complesso) secondo romanzo. Scrive recensioni di libri che ama su Genius, e su Satisfiction. Vive a Roma. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo.
Elisabetta Carbone
I nomi io li ho imparati
che avevo quasi diciott’anni
l’insegnante li diceva col cognome
e ne immaginavo i campanelli.
Io capivo di non sapere
e avrei voluto così voluto
saperli tutti. Volevo con una forza
di orso che vuole
mangiare ogni giorno
in ciotola e non in caccia.
Volevo essere civile nei miei jeans
e fiera e in quei nomi abbandonare
la caccia. E a chi incontravo
era chiaro che avevo muso sotto la bocca
e zampe e boati latenti che
nei nomi potevano scoppiare.
Elisabetta Carbone vive e lavora a Bologna come insegnante. Finalista al contest di racconti per il premio Calvino, legge, scrive, butta e riscrive. Ha pubblicato il suo romanzo d’esordio La voce e le cicale (Prospero editore, 2024).
Guglielmo Aprile, Sentinelle
Dal sonno della pietra l’onda estrae
statue contorte, abbozzate figure
di eremiti o guerrieri, inginocchiate
in preghiera sull’acqua, oppure erte
a far fronte, a testa alta, alle tempeste
e al loro assalto, all’ira del libeccio;
qualcuno le piantò lungo il confine
invisibile dove terra e mare
si sfiorano e si sfidano, domini
contrapposti; e fedeli a un certo ordine
impartito da quando le prime isole
con un boato dal fondale emersero
è qui che queste rocce, sentinelle
insonni e mute, inanimati eserciti,
hanno fissato i loro aridi regni.
Guardiane arcigne, despote severe,
vigilano un segreto che la baia
nelle sue labbra socchiuse trattiene
e fissano con occhio fermo il largo.
Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive ad Ischia, dove si è trasferito per lavoro, dopo aver soggiornato per diversi anni a Verona. È stato autore di alcune raccolte di poesia, tra le quali Il dio che vaga col vento (Puntoacapo Editrice, 2008), Nessun mattino sarà mai l’ultimo (Zone, 2008), L’assedio di Famagosta (Lietocolle, 2015); Il talento dell’equilibrista (Ladolfi, 2018); Elleboro (Terra d’ulivi, 2019); Il giardiniere cieco (Transeuropa, 2019); Falò di carnevale (Fara, opera I classificata al concorso Narrapoetando 2021); Il sentiero del polline (Kanaga, opera I classificata al premio Arcore 2021); Thanatophobia (Progetto Cultura, opera I classificata al premio Mangiaparole 2021); Tutto l’oro del mondo (Carabba, 2024); Il segreto del melograno, edito da Il Convivio, è la sua ultima opera. per la saggistica, ha collaborato con alcune riviste con studi su D’Annunzio, Boccaccio, Marino, Luzi, Caproni, oltre che sulla poesia del Novecento.
Mikel Marini
Il freno va a ritroso nelle mani,
dalla frusta fino alla biscia senza il morso,
e a loro non va più di attorcigliare
l’anello del volante fra le corsie:
indaga come il condor i destini
il camion che dà gas puntando
la scappatoia, sorpassa
il marmo idiota degli occhi di ognuno
di ognuna chiusi dentro l’elmo
che inclinandosi scopre
solamente le bocche,
e anticipa per i denti
la bastonata il burattino nerissimo
che scombina il selciato col palo,
apre nel pietrisco i suoi confini e li riammassa.
Mikel Marini è nato a Bilbao nel 2000, è trilingue, studia Italianistica all’Università di Bologna. Fa parte del Direttivo del Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna. È redattore del lit blog Vallecchi Poesia e di Inverso – Giornale di Poesia. Alcune poesie dal suo esordio Non per il mondo ma per il giardino (Vallecchi, 2025) sono comparse sul numero 28 di «Poesia» (Crocetti Editore). È stato incluso nel progetto Over-dose a cura di Giovanni Turria.







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