Prima, al mattino, non preparavo quasi mai il caffè, tranne quando mi prendeva la voglia di un cappuccino.
Come oggi.
L’immagine della schiuma densa – con il ricciolo bianco e la spolverata di cacao in cima – mi si forma in testa già mentre mi lavo i denti ed evito con cura di guardare la sconosciuta che mi squadra dallo specchio.
Sono due anni, quattro mesi e tre giorni che non è più la mia faccia quella che mi fissa con un’aria da felino satollo sotto un naso adunco come quello della strega di Hänsel e Gretel.
Sì, tengo il conto dei giorni. Avevo pensato anche quello delle ore, magari dei minuti, ma temevo di esagerare e di andare fuori di testa.
Così eccomi qui, a cercare con lo sguardo la moka rossa in mezzo al caos di barattoli sullo scaffale, quello ricoperto di carta fiorentina lavabile, accanto alla finestra.
A volte, per sbaglio, la metto altrove. Ed è la fine. Interminabili minuti, anche mezz’ora, a cercarla perché non la riconosco se finisce in un posto che non è il suo. Cervello e occhi disallineati, separati in casa.
Quello scomparto del frigorifero è mio, il tuo è quello in basso e non toccare il mio parmigiano, non farlo mai più, hai capito?
Oggi la trovo al primo colpo: sarà una giornata buona.
La impugno decisa, la mano a conca sotto il fondo rotondo, freddo. É pesante. Ho dimenticato ancora una volta di svuotarla e di lavarla.
Un tempo rispondevo a quello che viveva con me Lo faccio apposta, per mantenere l’aroma e togliere il sapore metallico. A quel punto chi viveva con me indicava schifato la muffa. Ho capito in fretta che non eravamo fatti l’uno per l’altra.
Oggi però niente muffa. Respiro sollevata. Alzo il coperchio del contenitore dell’umido e vi svuoto il fondo del caffè. Si è fatto di cemento per l’abbandono. Non è il solo.
A volte lo lascio invece cadere nel lavandino, pigiandolo contro il buco dello scarico per sbriciolarlo con le dita, facendo poi scorrere l’acqua finché si sfarina e scivola, attirato dal vortice.
Ho letto che farebbe bene alle tubature, forse sono amanti del caffè.
Dopo aver buttato la zolla pressata, sciacquo sotto un getto troppo deciso le parti scomposte della moka sanguigna. L’acqua schizza dappertutto. Pulirò dopo. Se mai.
Pulire non è mai stato il mio forte – dicevo un tempo – pulire non è proprio la mia passione. Un tempo amavo impiegare eufemismi.
Scolo i pezzi, scuotendoli forte; il piano è già ricoperto da una mappa di antiche gocce grigiastre di cui varrebbe la pena prendere nota: non si sa mai siano utili a portarmi al tesoro.
Intrigata da questo pensiero, vado in soggiorno a cercare il cellulare per scattare una foto. Ha il vetro scheggiato da quella volta in cui chi viveva con me me l’ha tirato addosso e ho preferito prenderlo in testa pur di non farlo sfracellare contro la parete. Non era la prima volta che la mia testa ‘subiva un insulto’. Così ha detto il dottore quando ha guardato la lastra: La sua testa ha subito diversi insulti, signora. Fosse solo la testa.
Appoggio la caldaia sul piano in laminato beige accanto al lavello, non sul fornello, perché la mia capacità di fare centro con gli anni si è affievolita e sul piano asciugo più facilmente.
Oggi la mano è più ferma del solito e non mi distraggo, resto concentrata e non perdo neppure una goccia. Faccio ben attenzione a che il livello dell’acqua non oltrepassi la valvola. Mia madre mi ha insegnato che non deve mai, se voglio che il caffè venga buono.
Non ho mai appurato se sia davvero così. Uno scienziato, uno di quelli che vanno in TV in giacca e cravatta il sabato all’ora di pranzo, avrebbe fatto di sicuro la prova: un caffè sotto e uno sopra la valvola, a parità di altre condizioni. Infine l’assaggio al buio e la revisione, se necessario, della tesi iniziale. Io no. Io ho dato ascolto a mia madre, mi sono fidata. Non avrei forse dovuto?
Quando mi aveva detto Quel tizio non mi piace per nulla, però, non l’avevo ascoltata.
Poi è la volta della polvere nera nel filtro. Va pareggiata con l’indice, ma non pressata, mi raccomando, sempre mia madre alla me di otto anni.
Una volta lo acquistavo in chicchi, il caffè, e lo macinavo al momento. Molecole in corda doppia si arrampicavano esplosive su per le nari spalancate e vibranti, come quelle di un cane da caccia il giorno di apertura della stagione.
Mio padre amava cacciare e, pur avendo preferito un figlio maschio a seguirlo, alla fine si era dovuto accontentare di me.
La domenica mattina all’alba mi svegliavo da sola, tutta contenta della prospettiva di trascorrere un’intera giornata su per i monti con il mio babbo. Mia madre ne era molto meno felice: Non è cosa per una bambina, mugugnava tra sé, perché dirlo ad alta voce sarebbe stato pericoloso. Prima di uscire mio padre si versava un dito di gin nel bicchiere alto, quello rigato, e lo mandava giù in un sorso. Per scaldarsi, diceva. Disinfetta, aggiungeva, strizzandomi l’occhio.
Il mio compito era quello di occuparmi dei cani. Ne avevamo due, due cocker spaniel dalle orecchie lunghe. Uno era fulvo, l’altro nero focato. Quando tornavamo a casa, spazzolavo loro il pelo con grande cura, fino a farlo tornare lucente e me ne erano grati: si giravano sul dorso a zampe spalancate e si facevano grattare la pancia dimenandosi freneticamente a destra e sinistra, mugolando dalla goduria. A quel punto mio padre mi dava uno scappellotto Non viziare i cani, che li rammollisci, diceva, prima di rinchiuderli in garage.
Quello che viveva con me gridava Che due coglioni, ogni volta che uno vuole un caffè deve pure perdere tempo a macinarlo, perché non compri uno stramaledetto caffè in polvere come in tutte le case normali?
Adesso che non vive più con me, il caffè lo prendo già macinato ed è solo al momento della prima apertura, quando taglio pian piano il pacchetto argentato, cercando di andare più diritta possibile, che il mio naso prova la medesima estasi. Centellino le estasi adesso.
Avvito decisa la moka con la mano destra, tenendo ferma la caldaia da sotto, con la sinistra a coppa. Che nessuno possa dire un domani che durante la bollitura l’acqua venga sputata per mancanza di decisione nella stretta.
Come quella con cui ha tentato di strangolarmi l’ultima volta.
L’ho colpito con la prima cosa che sono riuscita ad afferrare: la caffettiera. L’ho visto traballare, stupito, prima di andare a sbattere con la tempia contro l’angolo del tavolo della cucina. Dopo, per un istante, mi sono pentita: uso improprio di oggetto domestico. Non avrei dovuto, lo so.
La metto sul fuoco, tenendo bassa la fiamma. Questo non me l’ha detto nessuno, l’ho pensato da sola. Sono capace di pensare da sola, cosa credi?
Per qualche minuto non accade nulla, almeno all’apparenza, poi un crescendo di gorgoglii, sobbollimenti e borbottii e l’aroma fugge esplosivo attraverso il beccuccio del bricco, invadendo la stanza.
É per quel profumo che preparo il caffè, anche più volte al giorno, perché il sapore non è poi che mi piaccia granché.
Il profumo di caffè, però, è l’unico che riesca a coprire il suo fetido odore, quello che esala ancora dalla cassapanca accanto alla madia. Non avrei dovuto metterlo lì, ora lo so: in cucina fa più caldo che nel resto della casa, per via dei fornelli, certo, ma anche perché è esposta a sud, la mia bella cucina. Per due giorni solanto, però, chi andava a pensare che—
O sarà per via del forno, che ho sempre impiegato parecchio. Da quell’ultima rosticciana che ho offerto al cane lupo della vicina, però, non l’ho più voluto usare.
Cuoci troppo le patate, abbassa la temperatura. Se è quel maledetto forno che non va, allora chiama qualcuno a ripararlo. Oppure sei così imbranata da non riuscire a farlo funzionare?
A me le patate sono sempre piaciute croccanti, non dico bruciate, ma belle brunite, con la crosticina che si stacca da sotto. Adesso potrei cucinarle e mangiarle come mi pare, ma il forno non riesco più a pensare neppure di accenderlo.
Ora che ho preparato il caffè, potrei assaggiarne almeno un goccio prima di usarlo per il cappuccino.
Questo chiedevo sempre a mio padre Papà, me ne fai assaggiare un goccino?
Mamma non voleva, correva in soggiorno gridando Non provare a dare il gin alla bambina, maledetto ubriacone.
Quello che viveva con me beveva solo sambuca, con la mosca. E non solo dopo il caffè. No no, dalla mattina alla sera. Forse per questo avevo sempre tutte quelle mosche davanti agli occhi. O era per le botte? Mi picchiava solo sulla testa, Così non rimangono segni, diceva.
Ho pensato alla rosticciana per via di Uran, il cane dei vicini, quaranta chili di pastore tedesco, con un pedigree impeccabile e per questo condannato – povera bestia – a mangiare solo una volta al giorno pasti iper bilanciati e sanissimi, pescati da un sacco di canapa tenuto a temperatura costante in garage affinché i nutrienti si mantengano sempre biodisponibili, o almeno così mi ha spiegato un giorno il suo padrone.
Ma un po’ di carne, ‘sta povera bestia, prima o poi l’avrà anche a mangiare, mi sono detta.
Sono due anni, quattro mesi e due giorni che Uran rifiuta di mangiare crocchette e i vicini ancora non hanno capito perché.
Dopo due anni, quattro mesi e tre giorni oggi leggo finalmente di lei: sapevo sarebbe stata una buona giornata.
Buone notizie dalla Turchia – Il tribunale
di Ankara ha liberato lunedì sera una giovane donna finita sotto processo per aver ucciso il marito violento. I giudici hanno stabilito che si è trattato di autodifesa. Una decisione più unica che rara in Turchia, accolta con soddisfazione dalle associazioni anti femminicidio.
La trentunenne era stata arrestata poco più di due anni fa per aver sparato al marito con un fucile da caccia, dopo che lui l’aveva ammanettata e picchiata per ore, minacciando di uccidere lei e le due figlie. La foto del suo viso tumefatto aveva scioccato il Paese. La donna si era costituita subito dopo l’accaduto.
Sono felice per lei. Quanto a me, ho scelto di non correre il rischio.
Bio
Irene Catanzariti è nata a Milano, ma è ai Sud del mondo che appartiene. È stata definita “impegnativa” da chi le vuole bene, figuriamoci dagli altri. Colleziona quaderni e da loro, in combutta con i libri, è stata ormai cacciata di casa. Scrive racconti quando un’immagine o una frase si impossessa di lei. Alcuni sono stati pubblicati in qualche antologia (una per tutte quella del Premio Calvino 2025) e uno sulla rivista letteraria online Terranullius. Ha due romanzi nel cassetto, ma non ricorda dove ha messo la chiave.








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